Dark Touch

dark_touch_xlgFRANCIA /SVEZIA /IRLANDA – 2013

cast: Missy Keating – Marcella Plunkett – Clare Barrett – Padraic Delaney – Robert Donnelly – Charlotte Flyvholm – Ella Hayes – Richard Dormer
regia: Marina de Van
soggetto e sceneggiatura: Marina de Van
musica: Christophe Chassol
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urata: 91 min.

INEDITO


note_990_imageEra il 2002 e tra me e Marina de Van fu amore a prima vista…certo, lei neanche sa che esisto, ma poco importa, e a distanza di più di 10 anni, e dopo aver visto questo film, non posso che rinnovare il mio impegno d’amore nei suoi confronti. La mia non è attrazione carnale (oltretutto non è neanche il mio tipo) e non conosco molto il suo excursus d’attrice, ma sono innamorato del suo modo di scrivere il cinema e della sua capacità nel dirigere quello che crea. E quando penso al nuovo cinema francese mi viene in mente lei; a come ha saputo raccontare con intelligenza (e morbosità) il percorso di una malattia che ha rischiato di distruggerla (“Dans ma Peau” 2002) e di come ha esorcizzato il disagio dei suoi tumulti interiori rappresentandoli con una trasformazione psicofisica tutta al femminile (“Ne te Retourne pas” 2009). Morte e Rinascita…e non sempre la “rinascita” porta con sé l’evoluzione. Diversi si, ma non migliori.
Marina sa essere tagliente e delicata ed ha analizzato con precisione chirurgica il suo essere donna, racchiudendo in confini onirici le fragilità, la determinazione, le paure e le difficoltà di un tormentato mondo al femminile. Lucida ma trasognata, come in un sogno anzi, un incubo, ad occhi aperti.
107302_galCon Dark Touch ha allontanato l’obiettivo da sé stessa per puntarlo su una malattia sociale tanto insidiosa quanto purulenta e morbosa: l’abuso sui minori; e lo fa attraverso un racconto cupo narrato con immagini dirette, ma mai esplicite e ritmato da una musica ipnotica ed oscura come una ninna nanna cattiva. Per la natura degli avvenimenti ed alcune risoluzioni filmiche è facile cogliere i lontani eco di film come “Carrie” e “Come si può uccidere un bambino?”, ma il parallelismo è effimero e vago, perché quello che in realtà de Van vuole mostrarci è il doloroso “disagio” interiore di Neve (Niamh), la giovane (inconsapevole) protagonista di un dramma che affonda le sue radici nel luogo che, au contraire, dovrebbe rappresentare il porto sicuro di ogni bambino: la famiglia.
For-SeanEd i frutti che saranno generati saranno pregni di astiosa e vendicativa violenza. Neve non capisce cosa (le) sta accadendo, né può essere consapevole della sua orribile reazione di difesa in un mondo che non comprende ma percepisce come aggressivo; e come ogni buon dramma che si rispetti l’epilogo sarà un disperato gesto di espiazione per colpe mai commesse e torti ingiustamente subiti.
Probabilmente sarò di parte, ma personalmente inserisco “Dark Touch” tra le più valide darkstory dell’ultimo decennio ed un plauso va alla dolce ed inquietante Missy Keating (figlia del Ronan Keating dei Boyzone) che in alcune espressioni mi ha tanto ricordato una giovane Jennifer Connelly, ma con maggiore empatia interpretativa.
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“Non vuoi dare il bacio della buonanotte alla mamma?….”

 Potrei scrivere ancora per ore su questo film e sulla sua genesi, ma straborderei nel nozionismo più becero ed inutile.

corvi081/2

I Spit on your Grave 2

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cast: Jemma Dallender – Joe Absolom – Yavor Baharov – Aleksandar Aleksiev – Mary Stockley – Michael Dixon
regia: Steven R. Monroe
soggetto e sceneggiatura: Neil Elman – Thomas Fenton
musica: Corey Allen Jackson
durata: 106 min
INEDITO


“Mia sarà la vendetta” Deuteronomio 32:35
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Katie (Jemma Dallender) è una bella, giovane ed ingenua ragazzotta del Midwest “calata” a New York nel tentativo di intraprendere una brillante carriera di modella e, nel frattempo, sbarca il lunario facendo la cameriera in un bar. La capacità e le doti ci sarebbero, quello che le manca è un book fotografico che la metta in risalto e la presenti nel modo adeguato e purtroppo un prodotto professionale va molto aldilà delle sue possibilità economiche.
L’opportunità gliela offre un annuncio che promette foto e book gratuiti (?) e Katie ci “imbocca” con tutte le scarpe, recandosi in uno pseudo studio fotografico piazzato in uno scantinato e gestito da tre fratelli che definire strampalati è poco.
vlcsnap-2013-09-13-10h17m13s251Quando le richieste del fotografo si fanno più “particolari” la ragazza capisce di essersi cacciata in un guaio, rifiuta di fare pose di nudo e lascia lo studio, convinta di averla scampata…ma così non è.
Georgy (Yavor Baharov), il più strampalato, ma all’apparenza il più innocuo, dei fratelli la raggiunge a casa (?) e le restituisce il file con le sue foto assicurandole di aver cancellato ogni traccia dal server dello studio, forse aspettandosi di far colpo su Katie, ma la donna lo ringrazia e lo congeda frettolosamente, preoccupata del fatto che l’uomo sia riuscita a rintracciarla sino a casa sua.
Paranoia?
Decisamente no.
Nella notte Georgy s’introduce nell’appartamento, massacra il giovane factotum (Michael Dixon) giunto in suo soccorso e violenta Katie poi, preso dal panico si fa raggiungere dai fratelli per porre rimedio al casino.
vlcsnap-2013-09-13-10h52m54s70Forse la morte sarebbe la più liberatoria delle conclusioni per la ragazza, ma il destino di Katie sarà ben peggiore e ciò che l’attende sarà uno spietato susseguirsi di violenza, soprusi, dolore ed umiliazioni.
Tradotta clandestinamente in Bulgaria (?) la donna verrà usata come schiava sadomaso per clienti dai “gusti particolari” finché i tre non decideranno di sbarazzarsene seppellendola viva.
Ed è qui che per i fratelli cominceranno i guai.
I Spit On Your Grave 2, Set Photography - Day14Dopo il discreto successo al botteghino del reboot/remake del primo “I Spit on your Grave” (2010), Steven Monroe ci riprova allestendo uno rape and revenge pieno di spunti decisamente poco credibili e mal sviluppati puntando soprattutto sull’aspetto grandguignolesco della vicenda. Dentro questo sequel non sequel c’è un po’ di tutto: dalla violenza alle donne alla psicopatia familiare; dal mercato delle schiave sessuali all’inadeguatezza assassina delle strutture sociali dell’est europeo; ma è tutto buttato lì, alla rinfusa, mentre il meccanismo principale rimane solo il sesso e la violenza.
I tre fratelli (con madre/sorella) maniaci non hanno corpo (né fisicamente né come caratterizzazioni) e si aggirano come dei ca@@oni in attesa della mannaia giustiziera; per fortuna c’è Jemma Dallender che riesce ad essere convincente sia nel ruolo di vittima che in quello di carnefice ed è un filino inquietante con le sue espressioni da schizzata.
Si può vedere, ma a parte la gnoccaggine di Jemma ed uno splatter & gore godibile si ritorna al concetto di “pasto aziendale” e se questa deve essere la linea guida di Monroe tanto vale che il regista torni a dirigere film per la TV.
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corvi06

Jug Face

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cast: Sean Bridgers – Lauren Ashley Carter – Kaitlin Cullum – Daniel Manche – Larry Fessenden – Sean Young
regia: Chad Crawford Kinkle
soggetto e sceneggiatura: Chad Crawford Kinkle
musica: Sean Spillane
durata: 87 min
INEDITO


“La fossa ha parlato.
E’ un onore essere scelti…lo sapete. Perché senza il sangue le acque della fossa non guarirebbero nessuno.
E quindi, facciamo quello che dobbiamo.”
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Ada (Lauren Ashley Carter), fa parte di una piccola comunità rurale che vive nei boschi; una sorta di cajun senza radici ed etnia che non ripone fiducia nella medicina convenzionale e nella religione, ma confida nei poteri mistico/taumaturgici della “Fossa” che, anni addietro, li guarì dal flagello del vaiolo. Ma come ogni moneta anche questa ha un’altra faccia; di contrappasso la Fossa richiede periodicamente un sacrificio di sangue per nutrire le sue putride acque e comunica le sue scelte a Dawai (Sean Bridgers), il vasaio ritardato del villaggio che, una volta entrato in trance, scolpisce e cuoce una brocca raffigurante il volto della vittima prescelta.
1-jug-face-726x248E questa volta toccherebbe ad Ada pagare pegno per il bene della comunità, ma il condizionale è d’obbligo. La ragazza intrattiene da tempo un rapporto incestuoso con il fratello Jessaby (Daniel Manche) ed ha appena scoperto di essere rimasta incinta così, presa dal panico, nasconde la brocca rubata a Dawai nella speranza di farla franca….ma la Fossa sa essere crudele e vendicativa con chi non rispetta il Patto.
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Ok, mr. Kinkle sa il fatto suo.
Nonostante al suo attivo abbia solo un paio di corti ed altrettante sceneggiature, il pupo sa come scrivere una storia e come tenere in mano la macchina da presa ed il risultato è un film inquietante nella sua semplicità.
Nessun effetto speciale (se non il minimo sindacale), né particolari giochi d’inquadrature: solo i personaggi ed il bosco che li ospita/tiene prigionieri. Basta questo e lo spiare l’abbrutita quotidianità di un pugno di bifolchi, grezzi, ignoranti, volgari e perennemente ubriachi per creare un senso di disagio. La naturalezza poi, con cui la comunità accetta di dare in sacrificio un loro consanguineo è qualcosa di…disarmante. Qualche lacrima, si, ma niente di più, neanche si sgozzasse una pecora per farne cotolette.
La storia si racconta da sola. Con lo scorrere dei minuti i tasselli della trama prendono diligentemente il loro posto illuminando passato, presente e l’ineluttabile cupo finale. Perché non c’è possibilità di redenzione e quel poco che hanno è già troppo per gente come loro.
Ottima la scelta degli attori. Sean Bridgers e Lauren Ashley Carter, presi in prestito dal crudo e angoscioso “The Woman” (2011) si destreggiano con professionalità in ruoli totalmente opposti a quelli calzati nel film citato, mentre Sean Young ci regala una corposa interpretazione di una madre/padrona da odiare (e compatire) alla prima inquadratura.
Il tutto spolverato da una colonna sonora estraniante ed ipnotica.
Tolte un paio di piccole (e trascurabili) incongruenze dello script il regista riesce ad arrivare nel segno, dando un tocco di novità espressiva ad una storia non originalissima. Un artigiano da tenere d’occhio.
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corvi07 1/2

No One Lives

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cast: Luke Evans – Adelaide Clemens – Lee Tergesen – Derek Magyar – America Olivo – Lindsey Shaw – Gary Grubbs
regia: Ryûhei Kitamura
soggetto e sceneggiatura: David Cohen
musica: Jerome Dillon
durata: 86 min
INEDITO


“Perché lo fai?”
“Mi tiene in forma”
“Ma…non ho fatto niente di male…”
“Forse sei solo sfortunata.”
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Una coppia in viaggio, una ragazza scomparsa, una banda di motociclisti.
La coppia si sta spostando attraverso l’America, tra l’uomo (Luke Evans) e la donna (Laura Ramsey) è percepibile una tensione ambigua, sospesa, soffocante. C’è come un segreto doloroso che li divide ma li rende complici.
Della giovane e ricca Emma (Adelaide Clemens) invece, non si sa più nulla da otto mesi, dopo essere sparita dal luogo di una strage perpetrata da un folle sanguinario che ha massacrato 49 compagni di scuola della ragazza.
La banda di bikers criminali (quasi tutti imparentati tra loro) sono in fuga dopo il furto in una villa finito in un bagno di sangue per colpa di Flynn (Derek Magyar) lo schizzato del gruppo.
noonelivesTutti elementi di un meccanismo scomposto, ingranaggi che sembrano muoversi su strutture parallele ma distanti…questo finché l’idiozia del paranoico Flynn non agisce da catalizzatore sulle vite dei componenti, ed il meccanismo s’inceppa dando vita ad un capovolgimento di ruoli che trasformerà i colpevoli in vittime  mentre le prede snuderanno inaspettati artigli rivelando una insaziabile sete di sangue. E i cattivi scopriranno che esiste qualcuno più crudele e spietato di loro.
Ma ormai è troppo tardi per porvi rimedio: No One Lives.
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Kitamura, già artefice del nippozombie “Versus” (2000) e del riuscito “Prossima Fermata: L’inferno” (The Midnight Meat Train – 2008) di Bakeriana memoria, confeziona un ibrido impastato di carne e sangue; un road/rape/slasher/movie spolverato da un sottile velo d’ironia ed insaporito da un’azione serrata mirata a dare brividi e scossoni all’esofago.
Nonostante le iniziali apparenze la trama di No One Lives è di una linearità quasi disarmante, e questo Kitamura lo sa, ma poco importa. Non c’è bisogno di andare ad indagare troppo nella psicologia dei personaggi, né di creare alibi morali ai partecipanti dell’efferato gioco al massacro scatenato involontariamente dalla cattiveria ottusa di qualcuno. La partita ha inizio e quello che veramente conta è mettere in scena un rutilante fuoco d’artificio che inondi lo spettatore di frattaglie ed emoglobina.
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Il messaggio è semplice: hai infilato il braccio nella tana del lupo affamato? Pagane le conseguenze.
In definitiva gli innocenti non esistono; il più pulito c’ha la rogna e Mors tua Vita mea. Non c’è gioco di squadra né il minimo tentativo di empatizzare con chi sta nella merda come te; che ognuno pensi alla propria pelle e cerchi di tenersela attaccata alle ossa, se ci riesce.
E fanculo anche alla Sindrome di Stoccolma.
Le sequenze di violenza sono  sincopate e crude; un balletto dove senti le ossa spezzarsi e vedi il sangue fiottare in ogni direzione. C’è poco spazio per il resto e le striminzite pause servono solo a far riprendere il fiato tra un trituramento di arti ed uno sgozzamento ed allo spettatore rimane solo da rilassarsi e godersi lo spettacolo, sorridendo sadicamente sotto i baffi  nel vedere i soliti quattro teppisti di quartiere sbranati da qualcuno con le palle più grosse di loro.

“Sai chi sono io? Chi sono?”
“Chi…sono…io?”
“Non lo so! Un serial killer?”
“Un serial killer? Oh, Gesù…no!”
“Un serial killer li uccide uno ad uno, io, molti assieme; cosa che fa di me un vero psicopatico…”
“anche se ci sono alcune cose che mi rendono stereotipico.”

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La Casa nel Vento dei Morti

La Casa nel vento dei mortiITALIA – 2012

cast: Luca Magri – Francesco Barilli – Marco Iannitello – Sara Alzetta – Nina Torresi – Paola Crecchi – Adriano Guareschi
regia: Francesco Campanini
soggetto: Luca Magri
sceneggiatura: Luca Magri – Chiara Agostini
musica: Lello Padovani
durata: 88 min
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2 settembre 1947: Attilio (Luca Magri) è un ex attore caduto in disgrazia per aver accettato di lavorare per il regime fascista; Eurigio (Adriano Guareschi) l’ex “forzuto” da baraccone circense senza lavoro; Ugo (Francesco Barilli) un vecchio pazzo violento che ha appena finito di scontare 15 anni per uxoricidio e Ciccillo (Marco Iannitello) un giovane contadino rimasto traumatizzato durante un bombardamento. In tutto quattro. Quattro disgraziati senza un futuro che la vita costringe ad una scelta estrema: tentare una rapina ad un ufficio postale.
Il colpo riesce, ma finisce in un bagno di sangue con una guardia giurata morta e Eurigio ferito gravemente. Decisi comunque a seguire il piano il gruppo abbandona la macchina per proseguire a piedi fino agli Appennini e, una volta attraversati, riparare in Versilia per spartirsi il bottino. Ma Eurigio è agli sgoccioli e sarebbe comunque di peso così Attilio lo finisce ed i quattro diventano tre.
La_Casa_nel_vento_dei_morti tttLa fuga si rivela più difficile del previsto, tra le impervie difficoltà di una campagna brulla e inospitale e le tensioni sempre crescenti tra Ugo ed Attilio, e non bastano le prospettive di una vita migliore per placare gli animi. Dopo l’ennesimo omicidio gratuito perpetrato dal vecchio lo scontro tra i due sembra inevitabile non fosse che il terzetto s’imbatte in una vecchia fattoria sperduta nel nulla ed abitata da una famiglia di contadini composta di donne.
Ugo, ovviamente, vuole farle fuori per eliminare le tracce del loro passaggio ma Attilio sfrutta il suo “fascino” per abbattere la diffidenza delle contadine e chiedere ospitalità per la notte.
Non c’è problema. Se gli uomini hanno di che pagare le donne saranno ben disposte a rifocillarli e a prendersi buona cura di loro.
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più che un horror il film si potrebbe catalogare come drammatico con risvolti horror, visto che l’aspetto grandguignolesco della trama si risolve nell’ultima mezz’ora della storia che, nonostante la buona volontà, si affloscia nel punto in cui dovrebbe mostrare maggior forza proprio come un soufflé che ti si sgonfia nel forno a 3/4 di cottura.
Altra pecca è la recitazione. Troppo legnosa quella di Luca Magri (oltretutto soggettista e sceneggiatore del film) e ciancicata e ruspante quella dei caratteristi (a volte si fa fatica a capirli)
Nonostante questo la pellicola ha una sua struttura, un suo piccolo fascino (ereditato anche dai rimandi ai film di Avati e alla sua amata Brianza) e una fotografia di tutto rispetto e poi, diciamocelo, Francesco Barilli (il regista di film come “Il Profumo della Signora in Nero” e “Pensione Paura” e unico professionista dell’entourage) nella parte del burbero Ugo ci calza proprio a pennello e la struttura spigolosa del personaggio non si distanzia poi molto dal carattere dell’attore/regista (posso assicurarvelo io che l’ho conosciuto, anche se marginalmente, circa 25 anni fa ad una rassegna cinematografica).
In definitiva il film si fa vedere e qualche buona idea la tira fuori, lasciando ancora un po’ di fiato nei vecchi polmoni asfittici del cinema italiano e appoggiandosi alla vecchia filosofia del continuare a tentare e non mollare mai.
P.S. notare la lettera C della parola casa sulla locandina, mezzaluna insanguinata che rimanda a quella ben più famosa de “La Casa” di Raimi.
Ma che fantasia questi grafici italiani!

corvi06 1/2