Jack in the Box

91+kX4bneqL._SL1500_THE JACK IN THE BOX
UK – 2019

cast: Ethan Taylor – Lucy-Jane Quinlan – Robert Nairme – Philip Ridout – Darrie Gardner 
regia: Lawrence Fowler
soggetto e sceneggiatura: Lawrence Fowler
fotografia: Cameron Bryson
musica: Cristoph Allerstofer 
durata: 89 min.

STREAMING
logo-cgDVD VIDEO

 

VALUTAZIONE:
mediocre

Jack-3-800x450

PROLOGO: un ignoto vecchio contadino/fattore inglese scavando (per ignoti motivi) in uno sperduto (ed ignoto) appezzamento di terreno della campagna inglese, porta alla luce una strana (ed ignota) scatola intarsiata.
Per motivi (a noi, naturalmente ignoti) decide di portarsela a casa (più precisamente nel capanno degli attrezzi) per cercare di capire la natura e lo scopo di quell’oggetto. 
La moglie non sembra apprezzare molto la presenza della scatola, ma questo non le impedisce (una volta rimasta sola) di andare a curiosare nel capanno e a smanettare sull’oggetto.
Un grido improvviso attira l’attenzione dell’uomo che corre nel capanno e non trova più traccia della consorte (a parte gli immancabili schizzi di sangue sulla box e in terra)
FINE PROLOGO (che per tutta la sua durata si svolge praticamente senza dialogo)
coverlg (1)Un po’ di tempo dopo, fresco fresco dall’America, arriva Casey, un giovane che ha deciso di girovagare per il mondo allo scopo di dimenticare la morte violenta della fidanzata avvenuta mesi prima.
senza “ah né bhà” Casey viene assunto nel museo (che sembra un normale appartamento riarrangiato alla meglio) di una piccola (ed ignota) cittadina britannica come “dipendente” e fa la conoscenza della collega Lisa che gli mostra il museo  e lo porta in un locale dove vengono custoditi oggetti di ignota provenienza e incerto valore e quindi non esposti…et voilà, proprio lì dentro Casey scopre e riconosce immediatamente la “Jack in the Box” (ma chi sei, Martyn Mystere?).
N.B. per chi non lo sapesse le “Jack in the Box” sono una sorta di carillon/giocattolo molto in voga in Europa nel 18° e 19° secolo. Scatole che si caricano girando una manovella ed emettono una musichetta fino a quando ,senza preavviso, salta fuori un pupazzo a molla, solitamente con la faccia da clown (il Jack della scatola, per l’appunto) spaventando il fanciullo (strano concetto di “divertissement”…).
Sopraggiunge la notte, due ladruncoli s’intrufolano nel museo per rubare quel poco di squallido in esso contenuto ed uno dei due va a sfruculiare proprio la scatola. Esito più che scontato.
The-Jack-in-the-Box-2019-filmIl Jack (che devo ammettere ha un discreto restyling) esce fuori dalla scatola, in barba a forme dimensioni e prospettive e smaciulla l’imbecillone portando i resti nella sua piccola “casa vacanze” di forma cubica.
Il giorno seguente Jack riprende servizio, trova la porta d’ingresso aperta, ma non nota nulla di sospetto o fuori posto e attribuisce il fatto ad una sua dimenticanza. Caso vuole che arrivi anche un esperto di antichi oggetti chiamato per esaminare ciò che è accatastato nel locale dei “dubbi reperti” ed anche lui riconosce la Jack in the Box. 
Parlando con il ragazzo l’esperto si confida affermando che la misteriose scatole non erano in realtà  concepite come giocattoli ma, come scoperto in una (falsissima) leggenda francese erano una sorta di contenitore concepito per tenere imprigionati esseri demoniaci. Una sorta di Dybbuk Box
europeo, insomma.
the-jack-in-the-box-2019-large-screenshot2Una volta liberate, queste creature esigono un loro tributo di sangue e non c’è modo di fermarle finché non lo avranno ottenuto.
A causa dei sensi di colpa per non essere stato in grado di salvare la ex e defunta fidanzata, Casey continua a passare notti agitate ed arriva a lavoro sempre più assonnato e stanco, al punto di non prestare la minima attenzione alla visitatrice/acquirente che comincia a gironzolare per il museo finendo, inevitabilmente, tra le grinfie del clown demoniaco, e nota a malapena, il grido in lontananza della povera disgraziata.
Solo dopo la misteriosa scomparsa della donna delle pulizie il ragazzo comincia a nutrire qualche sospetto e si espone con vaghi accenni sul soprannaturale attirandosi le attenzioni della polizia locale.
Ormai convinto delle proprie asserzioni Casey s’introduce nel museo di notte e si scontra con Jack che (nunsesaperché) lo risparmia. In pieno delirio l’americano si confida con Lisa che lo prende per un povero paranoico e spiffera tutto a Rachel la direttrice del museo (bell’amica!) che decide di licenziarlo a colpo secco.
A Casey non resta che recarsi a casa di un famoso demonologo che aveva cercato precedentemente di  contattare e questa volta riesce a parlarci. Il “sapiente” gli svela l’unico modo per far rientrare Jack nella sua scatola, ma gli consiglia anche di lasciar perdere e fuggire il più lontano possibile perché, se anche un minuscolo frammento del demone dovesse rimanere fuori dalla box il demone troverebbe comunque il modo di liberarsi e a fargli il “culo a strisce”.
Tornato al museo il ragazzo sorprende il clown demoniaco intento a “prendersi cura” di Lisa e della direttrice, lo affronta e riesce a rinchiuderlo salvando l’amica ma non Rachel già bella smangiucchiata da Jack.
The-Jack-in-the-BoxA giochi finiti arriva la polizia che arresta l’uomo accusandolo degli omicidi e a nulla vale la testimonianza di Lisa in suo favore perché ritenuta inattendibile visto lo stato di shock in cui versa.
Seguendo le istruzioni di del ragazzo Lisa completa il rituale seppellendo la scatola in aperta in campagna e mentre sta ritornando sui suoi passi ha una sorta di flashback in cui rivede le foto mostratele dalla polizia della scena del delitto e nota un pezzo di artiglio del clown spezzato in terra sul pavimento del museo.
Alle sue spalle la terra si smuove e la scatola sia apre. 
jack-in-boxCome avrete già notato dalla mia imparzialissima esposizione della trama questa è una di quelle pellicole che forse consiglierei a chi non mi è proprio simpaticissimo.
L’idea di base non è malaccio, ma la sceneggiatura sembra scritta su un tovagliolo di carta di un pub, la storia si trascina con una esasperante prevedibilità e la recitazione degli attori è annoiata ed annoiante, per non parlare del piattume delle scenografie ed il grigiore della fotografia.
In quanto alla colonna sonora…bhé in verità non mi ricordo neanche se ci fosse realmente.
Unico punto a favore è il maquillage clownesco del demone…ma non basta a sopperire a tutto il resto.
Fortemente consigliato a chi soffre di coulrofobia 

BABA YAGA: Incubo nella Foresta Oscura

LOC
Yaga. Koshmar Tyomnogo Lesa
RUSSIA – 2020

cast: Oleg Chugunov – Svetlana Ustinova – Glafira Golubeva – Artyom Zhigulin – Alexey Rozin – Maryana Spivak – Igor Khripunov – Ilya Ludin
regia: Svyatoslav Podgaevsky
soggetto: Basato sulla leggenda Slava di Baba Yaga
sceneggiatura: Natalya Dubovaya – Svyatoslav Podgaevsky – Ivan Kapitonov
fotografia: Anton Zenkovich
musica: Nick Skachkov
durata: 97 min.
midnight factory
DVD VIDEO

VALUTAZIONE:
corvi08


BabaYaga_300dpi_01-scaled

La vita del giovane e riservato Egor non sembra aver preso la migliore delle direzioni.
Rimasto orfano della madre da poco più di un anno il padre non ha esitato a trovare una nuova moglie con cui mettere al mondo una graziosa frugoletta e come ciliegina sulla torta la famiglia ha deciso di trasferirsi in un asettico quartiere periferico a ridosso di una foresta, costringendo il giovane ad abbandonare i pochi amici e le consolidate abitudini. 
Come è buona consuetudine in situazioni del genere Egor viene subito preso di mira dai tre bulletti del quartiere e (con suo grande imbarazzo) è salvato in corner dalla coetanea ed asociale Dasha, figlia unica di una madre single odiatrice seriale di uomini (che ricorda vagamente la genitrice di Carrie).
Come se non bastasse, il padre di Egor assume una tata per aiutare la matrigna a prendersi cura della sorellastra. L’amorevole e bellissima Tatyana entra nelle grazie di tutti, ma il giovane comincia a notare degli strani comportamenti della babysitter costringendo il padre esasperato dalle sue paranoie ad installare delle telecamere nella stanza della neonata.
Ben presto i fatti cominciano a dare ragione ai timori (agghiaccianti) di Egor anche se, sembra essere l’unico ad accorgersi di quello che accade in casa e l’unica che sembra dargli un minimo di credito è proprio Dasha.
Tatyana non è ciò che sembra, la matrigna assume un atteggiamento catatonico ed indifferente nei confronti della neonata ed il padre cade vittima di una irresistibile fascinazione erotica nei confronti della tata, arrivando al punto di dimostrarsi aggressivo e violento con il figlio che cerca di metterlo in guardia.
L’isterismo di Egor si trasforma in terrore quando comincia ad accorgersi che i il parco giochi del quartiere è sempre meno frequentato e scorge Misha (la cugina di Dasha) venire attirata nella foresta da una figura femminile dalle fattezze raccapriccianti.
Quando il giovane corre ad avvertire l’amica lei lo prende per pazzo, chiedendogli di stare il più possibile lontano da lei, per poi ricredersi quando sua madre (evidentemente influenzata da forze maligne) nega di aver mai avuto una nipote.
Alla fine quello che deve accadere accade.
La sorellina di Egor scompare nel nulla e scompare in tutti i sensi. I genitori non si ricordano della sua esistenza; la sua stanza si svuota (culla compresa) ed anche la sua immagine svanisce dalle foto di famiglia. Solo lui sembra avere coscienza (sempre più labile) della sua esistenza.
Il ragazzo riesce a convincere Dasha e i due bulletti a seguirlo (il terzo sembra scomparso) nella foresta per avere delle risposte e convincersi di non essere impazzito del tutto e lì fanno la conoscenza di Antòn. 
L’uomo, abbrutito e dallo sguardo allucinato, prima cerca di scacciarli poi li accoglie nella sua capanna raccontandogli la leggenda di Baba Yaga, la strega che rapisce i bambini per nutrirsi delle loro anime, ma questo può accadere solo quando ognuno dei loro parenti perde cognizione della loro esistenza. Anche Antòn è caduto vittima della strega, ma mantiene vivo il ricordo della figlia Tessa grazie ad una lanterna che tiene costantemente accesa.
Visti inutili i tentativi di far desistere i ragazzi dal recuperare i loro cari indica loro l’antro della strega: una vecchia casa abbandonata nel cuore della foresta. All’interno incontrano lo spirito di Tessa (sopravvissuta nascondendosi e aiutata dalla caparbietà del padre) e da lei si fanno guidare attraverso un intricato groviglio di cavi e fili attraverso i quali si può penetrare nella dimensione oscura dove Baba Yaga tiene prigioniere le sue vittime per nutrirsene.
 
I quattro riescono recuperare la cugina di Dasha, ma non trovano traccia della sorellina di Egon che non desiste e prosegue nella ricerca sino a raggiungere il suo scopo grazie al sacrificio di uno dei due bulli e a quello dell’essenza di Tessa (Antòn ne prende coscienza quando vede la lanterna spegnersi)
Tutto sembra finire nel migliore dei modi ma…
Il mito di Baba Yaga si presuppone risalga agli inizi del XIV° secolo (ma ne riparleremo nell’ “ALIQUID de MONSTRORUM” a tempo debito) in Russia e altre province slave, ma cominciò a prendere piede i Europa ed in Italia grazie al fumetto di Guido CrepaxBaba Yaga: il fascino delle streghe” del 1971, n°22 della collana ispirata al personaggio di Valentina (da cui venne tratto un mediocre erotichorror nel 1973) ed in seguito riportata su altri film (appare anche nei fumetti di “Hellboy” e nel suo film  del 2019), fumetti e videogames fino ai nostri giorni.
Questa pellicola russa (a mia opinione) è qualcosa di gradevole e sorprendente sotto diversi aspetti. La periferia, quartiere dormitorio/non viene mostrato come solitamente viene fatto come un ammasso di case sporche e fatiscenti; le problematiche dei giovani sono le stesse di quelle di tutto il mondo e l’isolamento dalla realtà non è più causato da un governo opprimente e disinteressato alle problematiche delle classi medio/basse.
L’orrore diventa una chiave di lettura per interpretare il progressivo allontanamento generazionale e la leggerezza (a livello globale) con cui si intraprendono i rapporti tra genitori e figli.
Noncuranza che genera potere e forza al “male” rappresentato, in questo caso da Baba Yaga.  
Da vedere.

Exit Humanity

CANADA 2011 INEDITO

regia: John Geddes      durata: 90min
cast: Mark Gibson – Bill Moseley – Ari Millen – Dee Wallace – Stephen McHattie – Jordan Hayes

Da alcuni anni episodi di “infestazione” di morti viventi si manifestano periodicamente in America e nel resto del mondo. Qual’è l’origine di questo male? Dove è nata questa maledizione?
La risposta è in un vecchio diario custodito gelosamente da un pronipote di Edward Young, soldato dell’Unione durante la guerra civile.
Tennessee, 1870: Edward torna a casa dopo gli orrori della guerra, con il disperato desiderio di dimenticare tutto e riprendere a vivere con la moglie ed il figlio….ma le cose non andranno come aveva sperato. Di ritorno da una battuta di caccia trova la casa devastata, la moglie trasformata in uno zombie ed il figlio scomparso. L’incubo che già aveva affrontato in guerra torna a perseguitarlo.
Qual’è la sua origine? Dove è iniziato tutto?

Lo ammetto, ho un debole per gli zombie/movie ed ormai ho abbastanza esperienza per essere impietoso per i prodotti di “cassetta”; questo Exit Humanity ha spessore, è elegante ed è girato con sapienza e cura. Un western/zombie che sa sorprenderti e coinvolgerti con personaggi ben caratterizzati ed una sottotrama intrigante; certo, non è perfetto, un paio di cadute di stile ci sono, ma sono veramente trascurabili a paragone della ricostruzione storica e una piacevole originalità nella trama.

giudizio: mucho gusto (tra qualche mese me lo rivedo)

♥♥♥♥♥