Z vuole Giocare

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Z aka Z wants to Play
USA – 2019

cast: Keegan Connor Tracy – Jett Klyne – Sean Rogerson – Sara Canning – Stephen McHattie – Chandra West
regia: Brandon Christensen
soggetto e sceneggiatura: Brandon Christensen – Colin Minihan
fotografia: Bradley Stuckel
musica: Brittany Allen
durata: 85 min.

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midnight factoryDVD VIDEO BLURAY

 


VALUTAZIONE:
sufficiente
3/4

MV5BODg1OTBhNmYtNzhlNC00YWMzLWFhZGItNTcxNzM0Y2UzY2Y2XkEyXkFqcGdeQXVyMjcwMzM0OTI@._V1_Tipica famigliola americana: Kevin (marito coglionazzo tutto preso dal lavoro e con zero senso di responsabilità), Elizabeth (madre con problematiche famigliari derivate da un’infanzia difficile, iperapprensiva ed affetta da sindrome depressiva), Joshua (figlio di 8 anni, introverso, timido e riservato) e nonna agonizzante nella camera da letto al piano di sopra ( vecchia stronza causa delle problematiche infantili di Elizabeth).
Tutto nella norma, almeno per questo genere di film.
MV5BNGUwZWM3MmMtNDg5NC00NmNmLTljZGYtODkwMjYzMzgxZjRmXkEyXkFqcGdeQXVyNTY0NzUxNA@@._V1_Vista la difficoltà ad interagire con i suoi coetanei Josh si crea il suo bell’amichetto immaginario (cosa che sembra nella norma nei nuclei familiari d’oltreoceano) ed il fatto non sembra alterare più di tanto la quotidianità della casa; poi però le cose cominciano a prendere una piega un po’…inquietante.
Il bambino sembra sempre più concentrato sulla figura di “Z” (il nome del personaggio da lui inventato), comincia a pretendere che a tavola venga apparecchiato anche per lui e si isola quasi del tutto da ciò che lo circonda.
Il marito coglionazzo minimizza, la moglie paranoica esaspera la situazione e per amore di una serena convivenza decidono di portare il ragazzo da uno psicologo infantile.
MV5BNTI3NWE2YmItMzIyZi00YWIxLWJjMmMtNzgzYWQwNWIzOGZmXkEyXkFqcGdeQXVyMjcwMzM0OTI@._V1_Il Dr. Seager, naturalmente, li tranquillizza confermandogli che si tratta di un fenomeno molto più comune di quello che si pensi (forse dalle parti loro) e li congeda assicurandogli che crescendo Josh dimenticherà il suo “amico fantasma” per dedicarsi alle cose più concrete della vita. Solo quando sente il ragazzo pronunciare il nome del suo “compagno di giochi” mentre stanno uscendo dallo studio lo psicologo ha un lieve sussulto ed assume un’aria pensierosa e riflessiva.    Contrariamente a quanto affermato dal luminare la situazione tende rapidamente a peggiorare. Il ragazzo diventa brusco e irrispettoso, violento con i compagni di scuola (tanto da essere allontanato dall’istituto) e sempre più soggiogato da Z che sembra aver preso il controllo sulle azioni di Josh.
80x2GDIl giovane arriva persino a dipingere l’aspetto del suo amico sulla parete della sua stanza, una figura (non proprio rassicurante) che risveglia una vaga reminiscenza nei ricordi quasi cancellati dell’infanzia della madre, sempre più preoccupata. Il marito, au contraire, continua a cazzeggiare come se nulla fosse.
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Ad aumentare  l’agitazione della donna (forse accentuata dall’uso di ansiolitici) è anche la crescente sensazione che “qualcosa” stia realmente prendendo forma tra quelle quattro mura, mentre strani incidenti e sinistre visioni iniziano a mettere in fermento il suo stato d’animo, portandola a mettere in dubbio il suo già precario stato d’equilibrio mentale.
Il bandolo della matassa comincia a districarsi con la morte della nonna di Josh. 
Con l’aiuto della sorella Jenna, una mezza sbandata, mezza alcolizzata, mezza tossica che vive in un casolare a ridosso della ferrovia comincia raggruppare le poche cose lasciate dalla madre mentre rievocano la loro “infanzia felice” trascorsa con una donna arida ed anaffettiva che si era ulteriormente allontanata dalle figlie dopo il suicidio del marito.MV5BNWE5Y2ZlZmItYTI3Ny00Yzg4LWIyYWYtYzQ0YWUyNTM1YzdjXkEyXkFqcGdeQXVyMjcwMzM0OTI@._V1_
Appena le era stato possibile Jenna era fuggita da quell’ambiente glaciale ed anche ora non riesce a salire per dare l’estremo saluto alla tanto “amata” salma.
Rovistando nello scantinato le due trovano in uno scatolone un vecchio proiettore ed alcuni filmini che portano nel salone per dimenticarsene pochi minuti dopo.
Neanche la soddisfazione di essersi tolta il “peso” di dover assistere una donna per cui non provava alcun legame affettivo riesce a distogliere la crescente ossessione della figura di “Z” che sembra aver preso a perseguitare anche lei.
MV5BOGJlYzkxNGYtNmIxMS00MjMwLWIyNTItMzRjMTQ5ZWY5MTYyXkEyXkFqcGdeQXVyMjcwMzM0OTI@._V1_Una sera, mentre è sola in casa (ma guarda un po’) con il figlio che dorme nel suo lettuccio si ricorda dello scatolone abbandonato, riesuma il tutto e si mette a guardare i vecchi filmini di famiglia…e da lì la sconvolgente rivelazione: anche lei da bambina aveva avuto un “amico immaginario” ed anche il suo si chiamava “Z“!
E quando la voce fuori campo visivo (quella del padre) le chiede cosa farà quando Z se ne andrà si sente rispondere che il suo amico non se ne andrà mai, che rimarranno sempre vicini e che, anzi, si sposeranno!
Nel frattempo, anche quel geniaccio del dottor Seager è riuscito a riannodare alcuni fili e ricorda che, in passato, aveva avuto in cura anche Elizabeth per la stessa problematica del figlio (ecco perché il nome di Z gli era risuonato famigliare). 
MV5BZmJhODhjYjYtYzRiZC00ODMyLThmYWYtZmE1ZmU3Y2Q3NzIxXkEyXkFqcGdeQXVyMjcwMzM0OTI@._V1_FMjpg_UX1280_Contattata la donna le riporta a galla tutti i ricordi sopiti “accusandola” di essere l’inconsapevole artefice della creazione di “Z” nell’immaginario del figlio riversando su di lui tutte le sue insicurezze ed i traumi subiti nella sua disastrosa infanzia, ma Elizabeth è di tutt’altro avviso: Z è qualcosa di reale, mostruosamente e letalmente reale e sta usando Josh per costringerla a mantenere fede alla promessa che aveva fatto da bambina: vivere con lui per sempre.
Ora la donna si trova di fronte alla drammatica scelta di permettere la sistematica distruzione della sua famiglia o tener fede al legame stretto con Z.
6a0168ea36d6b2970c026bdea13820200cUn pizzico di “Haunting“, una dose di “Babadook“, una spruzzatina di “Sinister” ed il gioco è fatto….
Ma…si perché c’è un ma, anzi, più di uno. Nonostante la ripetitività di questa tipologia di pellicole ci sono alcuni punti a suo favore.
La tensione e l’atmosfera sono miscelati con una certa abilità, gli jumpscares dosati ed inseriti al momento giusto, gli attori recitano con convinzione e la storia offre diverse chiavi di lettura su cui lo spettatore può puntare la sua scelta.
Sia che si tratti di una “creazione psicotica” trasmessa di madre in figlio, un’entità maligna che ha preso di mira Elizabeth e progenie, o la materializzazione dell’incapacità generazionale di interagire che ha infettato la stirpe, questo “Z” di danni materiali ne compie parecchi (tanto per citarne uno la fine drammatica del marito cazzone, identica a quella subita dal padre di Elizabeth) e alla fine dei conti il film scorre senza annoiare alla faccia del prevedibile finale. 
Unica “grossa pecca” è stata quella sprecare un grande attore come Stephen McHattie, relegandolo al ruolo appannato ed inutile dello psicologo tanto banale, quanto privo di spessore.

“Settimana NON…” – NON si Sevizia un Paperino

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cast: Tomas Milian – Florinda Bolkan – Barbara Bouchet – Marc Porel – Irene Papas – Antonello Campodifiori – George Wilson
regia: Lucio Fulci
soggetto: Roberto Gianviti – Lucio Fulci
sceneggiatura: Lucio Fulci – Gianfranco Clerici – Roberto Gianviti
fotografia: Sergio D’Offizi
musica: Riz Ortolani
durata: 103 min.

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cecchigori
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VALUTAZIONE
buono

SETTIMANA “NON…”

EbhzKnuWsAMQOD2Strane cose succedono ad Accendurra (un piccolo paesino della Basilicata), ma si sa, la provincia nasconde più torbidi segreti delle metropoli.  
Ci sono cianare (streghe) (Florinda Bolkan) che disseppelliscono cadaveri di neonati per praticare riti esoterici, bambini che si mettono a spiare le prostitute a “lavoro” con i clienti e lo scemo del paese che si eccita a fare il guardone con le coppiette.  
Non-si-sevizia01A complicare il tutto si aggiunge la ricca e viziata Patrizia (Barbara Bouchet) in “esilio forzato” in quel posto dimenticato da Dio dal padre per farle sbollire i bollenti spiriti e stemperare gli atteggiamenti viziosi che invece sfoga esibendo la sua nudità e facendo proposte oscene ai ragazzini del posto per godere del loro evidente turbamento.
Ma qualcosa di ben più tremendo accade: nel buio della notte Bruno, un bambino del paese, viene inseguito nei boschi e brutalmente ucciso.
Il corpo non viene ritrovato, ma ai carabinieri giunge una telefonata anonima con la richiesta di 6 milioni di lire come riscatto per il rapimento.
La notizia si gonfia al punto che da Roma arriva il giornalista di cronaca nera Andrea Martelli (Tomas Milian) incaricato di indagare sul caso.
Le indagini dei carabinieri si fanno stringenti ed il “colpevole” viene presto trovato, scoperto mentre cerca di ritirare il riscatto e conduce i militari dove ha seppellito il corpo di Bruno. Si tratta di Giuseppe Barra, lo scemo/guardone che si proclama innocente ed ammette di aver trovato il ragazzo già morto e di averne occultato il cadavere allo scopo di fingere il rapimento e chiedere il ricatto. 
Portato via dalle forze dell’ordine sfugge a stento al linciaggio dei paesani.
tumblr_8cc2465ac0afcf2a39686f1155d2e0f8_7dcbbeef_500Il giornalista non sembra convinto della colpevolezza di Barra ed i fatti gli danno ragione. Il giorno successivo viene infatti ritrovato il corpo di un altro ragazzo affogato in una fontana di pietra. Gli abitanti di Accendurra cominciano a guardarsi con sospetto ed accentrano le loro attenzioni sia sulla cianara che sulla provocante e licenziosa nuova venuta.
Martelli continua le sue indagini, entrando in confidenza con il parroco Don Alberto Avallone (Marc Porel) che gli confida tutta la sua preoccupazione per le continue tentazioni a cui sono esposti i suoi giovani parrocchiani, tra riviste pornografiche, prostituzione e vizi come il fumo e l’alcol che sembra riescono a procurarsi con facilità.
EVdv9j8WsAALZAqLa conversazione tra i due viene interrotta da Patrizia che provoca entrambi giocando a fare la “puttanella” e accusando il parroco di ipocrisia ed il giornalista d’opportunismo.
Analizzando concretamente il comportamento della donna Martelli capisce che in fondo Patrizia è solo una ragazza come tante altre, annoiata dalla vita borghese costretta a vivere in città e che assume certi atteggiamenti solo per provocare il padre impegnatissimo uomo d’affari. 
La sera stessa Michele, uno dei ragazzi provocati da Patrizia con i suoi giochetti riceve una telefonata per recarsi ad un misterioso appuntamento nello stesso momento in cui Patrizia è al telefono di una cabina telefonica.
Quella notte Michele viene ucciso. Interrogata Patrizia mente dicendo di essere stata in viaggio tutta la notte e ai funerali di Michele, la madre del bambino comincia ad urlare di “avvertire” in chiesa la presenza dell’assassino proprio mentre la maciara fa il suo ingresso.
Rintracciata “la strega” grazie all’ausilio di una telecamera piazzata all’ingresso della chiesa la donna viene interrogata ed ammette in pieno delirio di aver ucciso lei i tre ragazzini perché l’avevano sorpresa mentre disseppelliva il cadavere del suo bambino morto misteriosamente anni prima (scena vista ad inizio film) e di averlo fatto con l’ausilio della magia nera. Dopo aver ascoltato la deposizione di un appuntato che aveva incontrato la maciara in un luogo diverso da quello degli ultimi delitti il magistrato la proscioglie da ogni accusa e la fa rilasciare.   
non-si-sevizia-un-paperino-florinda-bolkanGrazie alla telefonata anonima fatta dalla madre del parroco la folla inferocita scova la donna nel cimitero dove ha trovato rifugio e la uccide a colpi di pietra e di catene di fronte l’indifferenza dei presenti. Per quella gente ignorante e grezza la magia è stata la vera causa della morte dei tre ragazzi. 
Le indagini raggiungono un punto morto quando Patrizia confessa di aver effettuato la telefonata per contattare uno spacciatore di droga.
Chi è quindi l’assassino di bambini e che cosa ha a che fare con la testa staccata di un paperino di gomma (scena che non ho appositamente citato nella trama)?
La soluzione è già intuibile a metà pellicola, ma lascio a voi giungere alla conclusione.
I finali di un thriller non si raccontano mai.
Bastardo si, ma solo fino ad un certo punto!!
Non-si-sevizia-un-paperino-2Un cast di tutto rispetto per un film di tutto rispetto.
La storia è ispirata ad un fatto di cronaca chiamato all’epoca “la Strage degli Innocenti di Bitonto” dove tra il 1971 ed il 1972 vennero brutalmente uccisi 5 bambini e per quanto io ne sappia non si è ancora trovato un responsabile (sebbene molti furono i sospettati)

 
Lucio Fulci per me è sempre stato un grande punto interrogativo. Punto di domanda che non ha fatto altro che ingrandirsi dopo averlo conosciuto di persona (una decina di anni prima della sua dipartita) ed averlo frequentato in diverse occasioni. Lui stesso amava definirsi “Il Terrorista dei Generi” passando da commedie a thriller ad horror e sconvolgendone addirittura le trame.
Un regista capace di realizzare piccoli gioielli come questo “Non si sevizia un Paperino”, “Sette Note in Nero” e “Un Serpente dalla pelle di Donna” ad incomprensibili baggianate come “Il Diavolo nel Cervello” o “E tu vivrai nel Terrore…l’Aldilà” (tanto per citarne alcuni).
E’ pure vero che con il cervello non ci stava tanto…almeno quando lo conobbi io (il diabete lo minava da anni e l’abuso che faceva della cioccolata che adorava non gli era certo d’aiuto) eppure era capace di sfornare idee brillanti con piccole trovate geniali.
L’ho tanto amato quanto detestato.
Con questa pellicola ha realizzato una storia capace di toccarti nel profondo, accarezzando il tema della pedofilia (argomento proibitissimo in quegli anni) e quello di una lucida follia giustificata da una sorta di sacralità.
E qui mi fermo.


 

The Vigil – Non ti Lascerà Andare

locandinaUSA – 2019

cast: Dave Davis -Lynn Cohen – Malky Godman – Menashe Lustig – Ronal Cohen – Fred Melamed – Nati Rabinowitz
regia: Keith Thomas
soggetto e sceneggiatura: Keith Thomas
fotografia: ZachKuperstein
musica: Michael Yezrski
durata: 89 min.


eagle logo DVD VIDEO

 

VALUTAZIONE:
buono

“Tranquillo, quelli delle pompe funebri arriveranno all’alba, tra 5 ore” 

vigil

Yakov ha vissuto una orribile esperienza (di cui si colpevolizza) e che verrà rivelata durante il film; un trauma che lo ha portato ad abbandonare la sua fede religiosa e lo ha spinto a frequentare un gruppo di sostegno che lo possa aiutare ad uscire dalla comunità ebraica e le sue inflessibili regole per poter cominciare a vivere una vita “normale”.
thevigil_1-1024x577Una sera però viene avvicinato dal suo ex rabbino Shulem che gli propone di fare lo “shomer” per una notte (allo scopo di riavvicinarlo all’ebraismo), ma Yakov non ha nessuna intenzione di assecondarlo.
Gli Shomer sono quelle persone che hanno l’incarico di vegliare la salma di un defunto nella notte che precede la sepoltura e in passato il ragazzo aveva già svolto quel compito, ma rifiuta con decisione la proposta…fino a quando Shulem non gli offre 400 dollari per farlo.
Yakov è sempre vissuto fuori dalla quotidiana realtà, non ha mai avuto un lavoro (avendo sempre vissuto all’interno della comunità) e non è neanche in condizioni di pagare l’affitto dell’appartamento dove risiede. Alla fine cede (specificando che sarebbe stato solo per quella volta) e alla sua domanda “Perchè è andato via l’altro Shomer?” il rabbino si limita a rispondere con un vago “Lui era di famiglia ma aveva troppa paura ed è scappato” senza aggiungere altro.
tG7GbzqIbRaHSRlibH2PMVDjYPQ-1200-1200-675-675-crop-000000Giunti alla casa dei Litvak, illuminata da poche fievoli luci e qualche candela, Shulem lo informa che oltre a Yakov e alla salma nell’appartamento c’è anche la vedova del defunto che è una donna affetta da demenza senile, molto silenziosa e innocua che vive praticamente relegata al piano superiore e quindi non gli sarà di alcun intralcio.
Al suo arrivo la situazione non sembra proprio come descritta dal rabbino. La sig.ra Litvak aggradisce verbalmente il rabbino chiedendo di scacciare subito via il ragazzo e sparisce nella sua stanza al secondo piano.

Yakov non è una persona facilmente impressionabile, ma con il passare dei  minuti l’atmosfera della casa si fa pesante ed inquietante. Strani rumori provengono dalla cucina e fugaci apparizioni attraversano la mostra delle porte, poi a tarda ora cominciano ad arrivargli strani messaggi da una ragazza conosciuta nel gruppo di sostegno. 
VIG_PR4444_LP_HD_10trk_g_r709_20200127.01_09_58_17.Still095_600Poi cominciano i flashback. I ricordi dell’esperienza che ha sconvolto la sua vita e ricordi che non sembrano appartenere al suo passato ma a quello del defunto Litvak.
Deciso a razionalizzare il disagio che lo assale tenta di contattare telefonicamente il suo psicoterapeuta, ma chi gli risponde (anche se ha la sua voce) non è lui, ma “qualcosa” che cerca di convincerlo di essere sull’orlo della follia.  
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Deciso ad avere risposte chiare Yakov affronta la vedova (ancora più strana ma con un atteggiamento più dolce e comprensivo) che alla fine decide di rivelargli la verità con il supporto di vecchi filmati girati dal marito e conservati in cantina.
Lutvik e la moglie sono perseguitati da un demone (il Malik) sin dalla giovane età, generatosi da un gesto orribile che il marito ha dovuto compiere ai tempi dell’occupazione nazista e che ha scatenato in lui un odio profondo che ha nutrito e dato vita al mostro che ora li perseguita facendogli rivivere i loro più dolorosi ricordi ed impedendogli di allontanarsi dalla casa.
Ora anche Yakov è sotto la sua influenza e prigioniero nella magione. L’unico modo di liberarsi del demone è riuscire a scorgerne il vero volto e affrontarlo.
Deciso a non darsi per vinto, il giovane recupera tutte le sue conoscenze sulla fede ed affronta la creatura sconfiggendola.
the-vigil-trailer-1280x720All’alba il corpo di Litvak viene prelevato e Yakov esce dalla casa. Il rabbino cerca nuovamente di convincerlo a rientrale all’ovile, ma il ragazzo rifiuta, sempre più deciso ad intraprendere un nuovo percorso di vita.
Mentre se ne va, in lontananza una figura sfocata esce dall’appartamento e comincia a seguirlo…è forse il demone che ormai si è legato a lui?
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Ci sono stati altri film che hanno sfiorato il tema dell’ebraismo nel genere Horror (primo tra tutti “Der Golem” del 1915, il prequel “Der Golem wie en i die Welt kam” del 1920, “The possession” del 2012 (con l’apparizione del primo Dibbuk cinematografico) e l’inedito “Golem” del  2020, ma questa pellicola è riuscita in maniera quasi perfetta a farci penetrare in un “mondo” ed un “credo” estraneo ai più. La fotografia plastica, oscura e avvolgente concretizza la maledizione di un popolo costretto a convivere con i tragici episodi del suo passato (e parlo da ateo convinto); l’angoscia ed il timore di essere prigionieri di loro stessi (rappresentato dalla casa che non possono abbandonare) che li isola e li rende prede di forze oscure generate dall’uomo stesso; silenzi carichi di un angosciante significato…in definitiva un film che solo pochi “esperti” del genere possono comprendere (e io ancora non ci sono riuscito del tutto) ed apprezzare nel modo giusto. 
Le musiche sussurrate di Yezrski sono il colpo di pennello finale.
Aspetterò un po’ di tempo e lo rivedrò assolutamente.




Let Her Out

USA – 2016

cast: Alanna leVierge – Nina Kiri – Adam Christie – Michael Lipka – Brooke Henderson – Kate Fenton
regia: Cody Calahan
soggetto: Cody Calahan – Adam Seybold
sceneggiatura: Adam Seybold
fotografia: Jeff Maher
musica: Steph Copeland
durata: 90 min

DVD VIDEO

VALUTAZIONE:

 


“Tu non sai da quanto tempo sto aspettando…ora tocca a Me!”


Helen è una ragazza dal passato “problematico”; figlia di padre ignoto e di una madre prostituta morta suicida quando era incinta di lei è cresciuta senza punti di riferimento e legami affettivi ma ora a 23 anni sembra aver trovato un suo seppur fragile equilibrio. Sbarca il lunario come biker/corriere, flirta con un artista ambiguo e divide l’appartamento con Molly l’amica di una vita,tutto questo fino al giorno dell’incidente a seguito del quale si risveglia in un letto d’ospedale con un braccio rotto ed un preoccupante trauma cranico…e non solo.
Strane ed aggressive allucinazioni e preoccupanti vuoti di memoria la costringono ad effettuare nuove analisi che rivelano un tumore nascosto nel suo cervello, ma non uno qualsiasi, bensì una neoplasia causata dal gemello portato in grembo dalla madre. Un gemello che Helen ha inconsapevolmente “divorato” e assorbito per sopravvivere al suicidio della genitrice.
A quanto pare il trauma dell’incidente ha risvegliato il grumo tumorale e  la ragazza dovrà sottoporsi ad un’operazione per asportarlo e sopravvivere.
Ma la “gemella” non sembra essere della stessa opinione.


Trama “fumosa” portata avanti senza molta convinzione, con spunti lasciati cadere nel vuoto senza voglia di approfondirli per una storia per nulla originale che ha rubacchiato da altri cento film *basta citare “L’Uomo che Uccise se stesso” (1970), “Chi è L’Altro” (1972) ed il più saccheggiato “La Metà Oscura” (1993)*.
Di certo non ne sarebbe uscito un capolavoro, ma un maggiore impegno lo avrebbe reso più fruibile ed accettabile ma il regista ha preferito dedicarsi a noiose e inconcludenti riprese notturne e scoordinati “flashpoint” montati un po’ a ca@@o per i nevrotici cambiamenti di personalità di Helen.
Tutto è accennato e niente approfondito, a partire dai problemi con il sesso della ragazza e alle “origini misteriose” del padre…un po’ come a voler finire in fretta il film.
La sufficienza è raggiunta solo grazie all’impegno delle protagoniste Alanna LaVierge (Helen) e Nina Kiri (Molly) che provano a dare un pizzico di sale a questo brodino crepuscolare decisamente insipido.

 

BLACK SPOT

ZONE BLANCHE – FRANCE 2018/2019

cast: Suliane Brahim – Laurent Capelluto – Camille Aguilar – Hubert Delattre – Samuel Joy – Renaud Rutten – Naidra Ayadi
regia: Julien Despaux – Thierry Poiraud
soggetto: Mathieu Missoffe
sceneggiatura: Antonin Martin-Hilbert – Florent Meyer – Sylvie Chanteux – Juliette Soubrier
fotografia: vari
musica: Thomas Couzinier – Frédéric Kooshmanian
durata: 2 stagioni – 16 episodi – 52 min. circa

 

VALUTAZIONE:

 


“Questo posto deve tutto alla foresta. Lei ci protegge, ci sfama, ci cresce…ma a volte chiede dei sacrifici…”

Villefranche (traducibile come città di confine) è una cittadina nel buco del culo della Francia, costruita alle pendici dei Vosgi a ridosso di un’antichissima foresta.
Come se non bastasse Villefrance è al centro di un Black Spot (Zone Blanche), zona soggetta a continue interferenze elettromagnetiche che rendono difficili le comunicazioni disturbando computer, cellulari e la stessa distribuzione elettrica isolando ancora di più il posto dal resto del mondo. Temperature che arrivano a -30° d’inverno e a 40° d’estate e un indice di criminalità 6 volte superiore alla media non rendono il posto una attrazione per i turisti e gli abitanti tirano a campare grazie ad
una miniera di proprietà della famiglia Steiner.
A cercare di mantenere una apparenza di ordine e legalità c’è il maggiore della Gendarmerie Laurène Weiss aiutata da due colleghi ed una recluta.
In questo clima a dir poco “ostile” approda Franck Siriani, un Procuratore “esiliato” per comportamenti poco etici e che accetta suo malgrado il trasferimento con la speranza di potersi riabilitare e fare ritorno a Parigi dopo aver mandato a gambe all’aria gli affari illeciti della famiglia Steiner.
Siriani non tarderà molto a scoprire che ogni singolo abitante di Villefranche (Laurène compresa) ha dei segreti da nascondere, senza parlare delle cose strane ed inquietanti che accadono nella foresta; avvenimenti così sinistri da rasentare il soprannaturale.
Impressioni a caldo (viste le temperature di questi giorni). Tolta l’inevitabile lentezza di alcuni episodi di passaggio la serie risulta ben girata e l’ambientazione azzeccata e valorizzata grazie ad una fotografia “umida e nebbiosa”. I personaggi sono caratterizzati con cura e la sottotrama della “creatura nella foresta” acquista spessore con il passare degli episodi senza risultare troppo invadente.
Non rivelo troppo della trama e degli scheletri negli armadi degli abitanti di Villefranche perché un serial vive di questo, ma basterà vedere un paio di episodi per capire che non si tratta di una mera paccottiglia  american style.
Ci sarà una terza serie? I presupposti ci sono tutti, compresi i fili non ancora sciolti su alcuni misteri che incombono sulla cittadina, ma l’ultima parola spetta a France2 che è in attesa di vedere i risultati degli ascolti sui vari canali streaming su cui ha spalmato il suo prodotto. 

Io tifo per Black Spot anche per la simpatia verso la psicotica Laurène e l’ipocondriaco Siriani…e anche per il gendarme gay Nounurs (un omone barbuto dalla grande sensibilità) ed il suo porcellino d’India.

Cernunnus ritornerà…per punirci”

 

Fantasmi – Italian Ghost Stories

FANTASMI-POSTER-1ITALIA – 2011

cast: Primo Reggiani – Daniele De Angelis – Laura Gigante – Maurizio Tesei – Anna Maria Teresa Ricci – Guia Quaranta – Alessandro D’Ombrosi – Carola Clavarino
regia: Tommaso Agnese – Andrea Gagliardi – Roberto Palma – Stefano Prolli – Omar Protani – Marco Farina
soggetto: Tommaso Agnese – Gabriele Albanesi – Marco Farina – Stefano Prolli – Omar Protani – Simone Starace
sceneggiatura: Tommaso Agnese – Marco Farina – Roberto Palma – Stefano Prolli – Omar Protani – Simone Starace
fotografia: Dario Germani – Raoul Torresi – Emanuele Zarlenga
musica: Valerio Lundini – Eugenia Tempesta – autori vari
durata: 84 min.
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VALUTAZIONE:
corvi051/2


fantasmi-bannerCinque storie di fantasmi Italiani.
O cinque storie italiane di fantasmi.

17 Novembre
“Passaggio di consegne” tra padre (defunto) e figlio.
Un’eredità fatta di follia, sangue e violenza.
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Offline
La solitudine può portarti a fare gesti estremi.
E sempre la solitudine può spingerti e cercare di riavvicinarti alle persone care.
Pietro e Giada lo scopriranno nel modo più tragico.
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La Medium
Una pseudomedium partenopea sbarca il lunario speculando sul dolore.
Ma ad invitare troppa “gente” a casa si rischia di ritrovarsi a dover fare i conti con “ospiti” indesiderati.
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Fiaba di un Mostro
La storia di un bambino “diverso”; che diventa una fiaba, che evolve in leggenda e si trasforma in un horror.
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Urla in Collina
Tre ragazze in vacanza con tanta, troppa voglia di divertirsi; una strada in collina piena di tornanti ed un motel sperduto nel nulla.
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Chiedo venia, ma mi ero proprio scordato di questo “progetto” tutto italiano. Ne avevo letto qualcosa (su Nocturno, mi pare) due o tre anni fa poi il tutto sembrava scivolato nell’oblio…e sarebbe stato meglio se così fosse rimasto.
Eppure i mezzi c’erano (i finanziamenti ed il supporto di Albanesi e dell’Università di Tor Vergata), la tecnica anche (Germani e Zarlenga si sono rivelati onesti operatori della fotografia) e, oltre ad un paio di vecchie glorie “riesumate” per l’occasione, persino alcuni degli attorucci freschi d’Accademia pescati nel mucchio sembrava sapessero recitare…allora cosa è andato storto?
Tutto il resto, parbleu!
A cominciare dalla scelta della composizione a “patchwork”, in ritardo di una decina d’anni dal nostalgico ripescaggio operato da America ed Oriente e priva di un minimo di sottotrama da usare come collante per tenere cuciti insieme gli episodi; per proseguire con la totale assenza di una qualsiasi struttura narrativa necessaria a dare coerenza alle storie che si autoriducono ad una sorta di spot pubblicitari dove neanche si capisce cosa vogliano “pubblicizzare”. Narrazioni banali per soggetti privi di un minimo d’originalità e scopiazzati da plot narrativi tanto lisi e stanchi che tentano il suicidio già dopo un paio di minuti  di girato.
E se questi sei registi dovrebbero essere i nuovi pilastri della cinematografia italiana…tanto vale organizzare una bella veglia funebre e non pensarci più.
Mi dispiace, caro Gabriele; mi avevi divertito ed incuriosito con “il Bosco Fuori”, ti ho ostinatamente difeso cercando invisibili peculiarità sul tuo “Ubaldo Terzani Horror Show”, avventurandomi dove nessun mortale aveva osato, ma questo tuo goffo tentativo di rivestire il ruolo di mecenate per le nuove leve del “cinema di genere” italico non fa che seppellire definitivamente ogni speranza per noi sconsolati fruitori…ça va sans dire…

P.S. piccola chicca fine a se stessa. Nell’episodio Offline, Pietro legge un quotidiano online e l’articolo di cronaca porta la firma di Ubaldo Terzani.
Squallida piaggeria o autocitazione estrema?

Echi Mortali

echimortaliStir of Echoes
USA – 1999

cast: Kevin Bacon – Illeana Douglas – Kathryn Erbe – Zachary David Cope – Conor O’Farrell – Jennifer Morrison – Kevin Dunn
regia: David Koepp 

soggetto: tratto dal romanzo “A Stir of Echoes” di Richard Matheson
sceneggiatura: David Koepp
fotografia: Fred Murphy
musica: James Newton Howard
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urata: 99 min.
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VALUTAZIONE:
corvi07 1/2


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 Tom Witzky (Kevin Bacon) è un uomo ordinario, che vive in modo ordinario, ma non troppo contento della sua ordinarietà.
Di lavoro fa “l’uomo dei fili”, nel senso che è uno di quegli omini che si arrampicano sui pali del telefono per riparare i guasti alle linee, una moglie innamorata anche se un po’ tormentosa e un figlio fuori dall’ordinario di cui, però, i genitori non sembrano cogliere la straordinarietà.
Da poco tempo Tom ha anche una nuova casa (in affitto), una villetta nei sobborghi di Chicago, in un piccolo quartiere modesto ma pulito, dove gli abitanti fanno del loro meglio per costruirsi una dignità di classe e questo per l’uomo significa nuove preoccupazioni e la necessità di avere più soldi.
Per forza di cose Tom Witzky deve vivere, pensare ed agire in maniera concreta, ma sarà proprio questo suo esasperato bisogno di certezze a rivelarsi una grossa fonte di guai.
stir of echoesIn una serata con amici, tra nà biretta e nà canna, la cognata Maggie (Illeana Douglas) lo accusa di avere una visione della vita un po’ troppo pragmatica e lo sfida a sottoporsi ad una seduta d’ipnosi (argomento della serata) per dimostrare di non essere una persona manipolabile tanto quanto gli altri.
Maggie ipnotizza Tom e gli fa fare la figura del cretino, ma il danno non è solo nell’orgoglio ferito dell’operaio quarantenne, perché c’è anche altro.
C’è uno spiraglio. Una porta lasciata socchiusa nell’inconscio di Tom da cui comincia a fare capolino qualcosa. Una nuova capacità di percepire le cose; un nuovo modo di vedere il mondo…e ciò che è rimasto imprigionato tra una realtà ed un’altra.
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Richard Matheson (1926/2013) ovvero: L’Orco Buono.
Ho un debole per Richard Matheson, quasi un’insana passione. Sarà perché ho passato buona parte della gioventù divorando le sue parole cosi semplici, dirette, spesso dolci, ma inquietanti; o perché la mia adolescenza è stata costellata da film che, in una forma o nell’altra, portavano il suo tocco e la sua firma. Qualunque sia il motivo, ho amato ed amo Matheson che, statistiche alla mano, è stato, e probabilmente sarà ancora per molto tempo, l’autore più “saccheggiato” dal cinema e la televisione, anche se con esiti spesso deludenti. Vampirizzato da Sterling nei suoi “Ai Confini della Realtà”; usato come trampolino di lancio da Spielberg con “Duel” (che in seguito lo omaggiò con il film “Ai Confini della Realtà” 1983) ; arruolato da Corman per il restyling di alcuni classici di Poe (recitati dall’altra mia icona Price); sfruttato beceramente in squallidi tentativi di blockbuster (vedi film come “The Box” e l’ignobile “Io sono Leggenda”) e fonte d’ispirazione per registi come Romero che grazie alla rielaborazione di “I’m Legend” creò “La Notte dei Morte Viventi” credo sia impossibile non trovare una traccia di lui nella cinematografia dagli anni ’50 (“Radiazioni BX: Distruzione Uomo” 1957) ad oggi (“Real Steel” 2011).
33553“Echi Mortali” non fa eccezione alla regola.
Tratto dal romanzo “A Stir of Echoes” (Io sono Helen Driscoll) del 1958 il film cerca di sfruttare al meglio le atmosfere letterarie del libro, provando a distaccarsi da una trama che, oggigiorno, avrebbe fatto meno presa sul pubblico.
Così, l’interprete principale si trasforma da agente immobiliare a operaio dei telefoni; la provincia californiana diventa un sobborgo di Chicago e l’arrogante cognato Phil si trasmuta nella petulante, ma simpatica, ex hippy Maggie (una validissima Illeana Douglas). Anche l’arco temporale subisce una variazione e dagli anni ’50 si passa ai giorni nostri, anche se certe volte si ha come l’impressione che la location rispecchi molto la fine degli anni ’70.
Nel’insieme David Koepp da vita ad un film di tutto rispetto, riuscendo a ricostruire sequenze dal geniale immaginario dello scrittore (tutta la scena della seduta ipnotica) e distaccandosene con furbizia nei punti in cui la resa cinematografica sarebbe stata inferiore a quella letteraria.
Il Tom Witzky del film non ha nulla a che spartire con il Tom Wallace del romanzo; ama poco o niente il suo lavoro ed è in conflitto con la sua quotidianità, fatta di bollette da pagare e di soldi che non bastano mai. Un personaggio che assume spessore grazie anche alla grande interpretazione di Kevin Bacon che grazie proprio a questo film ebbe una sorta di rilancio verso il grande pubblico.
Da bravo sceneggiatore Koepp sviluppa con eleganza le diverse sottotrame del romanzo senza far intrecciare i fili e lasciando respiro ai vari personaggi dando vita ad una ghost story basata su suspense e colpi di scena calibrati.
Unica pecca? Quello di essere stato distribuito quasi in contemporanea con il più pubblicizzato “Sesto Senso” che, ovviamente, lo ha messo in ombra.

Poltergeist: the Legacy

MV5BMTg0NTA3NjM4N15BMl5BanBnXkFtZTcwNzI1Mjg4NA@@._V1._SX640_SY960_USA/CANADA – 1996/1999

cast: Derek de Lint – Helen Shaver – Martin Cummins – Robbi Chong – Alexandra Purvis – Patrick Fitzgerald – Kim Restell – Kristin Lehman
serie creata da: Richard B. Lewis
registi vari
sceneggiatori vari
4 stagioni – 87 episodi – 54 min.
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VALUTAZIONE:
corvi06 1/2


“Fin dalla notte dei Tempi per l’uomo esiste un mondo della Luce ed un mondo delle Tenebre. La nostra società segreta opera da sempre per proteggere gli uomini dalle misteriose creature della Notte ed è conosciuta solo dagli adepti sotto il nome di The Legacy
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Il mondo non è un posto sicuro dove vivere. Troppi Segreti, troppi Misteri, troppe Ombre.
Derek Rayne (Derek de Lint) ha scoperto questa orribile realtà quando era ancora giovane, la notte in cui un demone gli portò via suo padre e quella tragica esperienza segnò irrimediabilmente il suo futuro.
DerekRayneE proprio “grazie” alla “dipartita” del genitore che il giovane Derek verrà a conoscenza di segreti sconosciuti ai più e, primo tra tutti, scoprirà l’esistenza della “Legacy”.
La “Legacy” è una società segreta fondata in Inghilterra nel 500 d.c., il cui scopo principale è quello di combattere il Male in ogni sua rappresentazione e trovare e custodire manufatti dai poteri occulti.
Nei secoli la congrega si è estesa nel mondo acquisendo una “casa” in ogni città importante del globo; basi gestite da un Precettore che risponde del suo operato (e di quello dei suoi uomini) solo alla Casa Madre di Londra. Derek ha avuto come “lascito” (e scusate il gioco di parole) quello di sostituire il padre nel compito di Precettore della Casa di S. Francisco la cui copertura è l’ente benefico “Luna Foundation” ( fondato e finanziato dalla ricchissima famiglia Rayne) e proseguire nell’opera di prevenzione e oppressione del Male. Ma Derek non è solo in questa titanica battaglia: oltre ad un imprecisato numero di “agenti sul campo”, l’uomo può contare su una task force di elementi scelti da lui stesso e con cui collabora strettamente, scendendo personalmente in azione con loro.
season1C’è Nick Boyle (Martin Cummins) ex Navy Seals disilluso dalla vita e dalle istituzioni. Nick è il “braccio armato” del gruppo, figlio di un ex membro della Legacy, e l’uomo giusto a cui affidare il “lavoro sporco”.
Poi c’è Alexandra Moreau (Robbi Chong) la Ricercatrice; esperta di computer e dotata di poteri psichici che le permettono di entrare in “connessione” con manufatti ed oggetti con cui entra in contatto. Valida collaboratrice che agisce spesso “dietro le quinte” fornendo valide informazioni al gruppo operativo.
Da contraltare fa il giovane Padre Callaghan (Patrick Fitzgerald); l’anima (tormentata) religiosa della task force che collabora (solo nella prima stagione) come teologo ed esperto linguista.
Ultime, ma non ultime, la dr. Rachel Corrigan (Helen Shaver) psicologa ed elemento “scettico” del gruppo, entrata a far parte non ufficialmente della Legacy, dopo che Derek e gli altri hanno salvato (nel film pilota) la figlia Katrine (Kat)  Corrigan (Alexandra Purvis) dotata di poteri parapsichici dall’assalto di un demone.
Derek (anche lui un precognitivo) vorrebbe addestrare la giovane Kat al ruolo di agente della Legacy e questo crea spesso attriti tra lui e la madre.
Nelle quattro stagioni di vita della serie gli uomini della Legacy combatteranno satanisti, creature dell’oltretomba e demoni, perdendo elementi preziosi del gruppo ed acquisendone altri altrettanto validi e determinati nella loro interminabile lotta contro le Tenebre.
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Andata in onda in Italia alla fine degli anni ’90 (1997, credo) da TMC2 (emittente alternativa alla già alternativa TMC), “Poltergeist: The Legacy” (che non ha nessun rimando al Poltergeist di Tobe Hooper) veniva trasmessa dopo la sua consorella “Outer Limits” (sempre della MGM Television) serie fanta/horror che rifaceva il verso a “Ai Confini della Realtà” (ma molto più grandguignolescamente) ed insieme rappresentavano una ventata di “aria fresca” nella ristagnante programmazione televisiva di serial e telefilm italiana.
Per quanto ingenua e poco “trasgressiva” dal punto di vista dell’esplicitazione dell’immaginario (“Outer Limits” era molto più disturbante e slasher) e neanche paragonabile ad altre serie dello stesso periodo come “The Hunger”, “The Legacy” aveva il pregio di saper sfruttare il racconto corale del “lavoro di gruppo” (sottotrama compresa)  ed agiva, oltre che sulla minaccia incombente nell’episodio in corso, anche su una buona e continua caratterizzazione dei personaggi di cui, di volta in volta, si veniva a conoscenza di segreti, paure e sogni.
Quasi un horror per famiglie, insomma, che venne interrotto bruscamente non per i bassi ascolti, ma per gli attriti interni causati dal cambiamento di alcuni organi dirigenziali all’interno della MGM Television.
La faccia da trota lessa di Derek un po’ ci manca…

13/13/13

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cast: Trae Ireland – Erin Coker – Jody Barton – Bill Voorhees – Tiffany Martinez
regia: James Cullen Bressack
soggetto e sceneggiatura: James Cullen Bressack
fotografia: Brian Weber
musica: Chris Ridenhour
durata: 85 min.
INEDITO

VALUTAZIONE:
pessimo
N.B. ho spostato la valutazione del film dopo i credits poiché dove era piazzata prima nessuno sembrava notarla…


C’è ben poco da spoilerare…
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C’è qualcosa che non va…decisamente c’è proprio qualcosa che non va, ed il primo ad accorgersene è l’ex agente di polizia Jack che, tornando a casa dopo un allegro weekend di bisboccia con tre amici dementi, rileva alcune piccole ma fastidiose incongruenze, tipo l’orologio da polso che segna le 13:13:13 (come fa anche l’orologio digitale del fuoristrada) e la radio “impallata” sulla frequenza 13-13-13.
Fin qui però poco male…le cose prendono una piega “drammatica” quando arrivato a casa della ex la trova intenta a scorticarsi un braccio fino all’osso, preda di una paranoia autolesionista .
E il nostro eroe cosa fa? Si carica la ex moglie in macchina, lasciando la figlia dodicenne alle cure dei tre amici beoti (di cui uno dichiaratamente pedofilo), per portarla all’ospedale, solo per trovare la struttura nel pieno caos che da lì a pochi minuti si trasformerà in un delirio collettivo di follia omicida.
1313131Ma che cosa sta succedendo? Niente di nuovo, come al solito l’Umanità ha fatto incazzare qualcuno…e questa volta è toccato ai Maya ed al loro preziosissimo Calendario di Fine Millennio.
A quanto pare, l’aggiungere un giorno al mese di febbraio ogni quattro anni ci ha reso impossibile calcolare l’avvento del fantomatico 13°giorno del 13°mese del 13°anno, momento in cui tutto il genere umano ha la “consuetudine” di dare fuori di testa e trasformarsi in folli/zombi/diavoli/lupman/cannibali/echipiùnehapiùnemetta.
Na caciara, insomma…e allora come mai Jack sembra immune da questa follia assassina? Ma semplice! Perché lui è nato di 29 febbraio!
…E che c’entra? E che ne so, chiedetelo allo sceneggiatore…
13_13_13_WEBComunque, in mezzo a tutto quel casino ospedaliero (che sembra di stare in un Pronto Soccorso di sabato sera) Jack incontra Candace, anche lei immune perché nata di 29 febbraio (checculo!) ed insieme cominceranno a zigzagare tra erotomani anabolizzati, infermiere fuori di brocca ed adolescenti dementi, dandoci di accetta e coltello per aprirsi un varco fino a casa nell’assurda speranza di trovare ancora viva Kendra, la figlia di Jack.
E dopo un finale che dovrebbe avere toni drammatici, ma che strappa un sospiro di sollievo a chi, come me, ha resistito stoicamente sino alla fine, ci si rende conto che questo è stato forse il modo più stupido di sprecare 85 minuti della propria esistenza.
6750Non c’è niente da fare, appena uno si convince che c’è un limite anche al “peggio” ecco che da dietro ti arriva l’Asylum e ti picchietta sulla spalla per ricordarti che così non è; ti schiaffa in mano una copia di “13/13/13” e ridacchiando se ne va.
Ma la colpa è anche mia; ormai dovrei evitare il logo della Casa di Produzione al pari di quello del Pericolo di Radioattività, invece no, ogni volta ci casco e ci spero.
E ben mi sta.
Così ho sprecato quasi un’ora e mezza della mia vita cercando di dare una logica ad una storia che oltre lo spunto iniziale non va; girata alla ca@@o di cane, recitata alla ca@@o di cane e con un finale alla ca@@o di cane. E dimenticavo, con effetti alla ca@@o di cane. E fatto in maniera tanto triste e sconsolante da non riuscire a strappare neanche una risatina di scherno. Almeno una volta sui film dell’Asylum ci ridevi su; ora invece ti cadono le palle giù. Questione di baricentri e di “limiti del ridicolo”.

Haunter

haunter-01CANADA – 2013

cast: Abigail Breslin – Stephen McHattie – Michelle Nolden – Peter Outerbridge – David Hewlett – Samantha Weinstein
regia: Vincenzo Natali
soggetto: Brian King
sceneggiatura: Brian King – Matthew Brian King
fotografia: Jon Coffin
musica: autori vari
durata: 97 min.
INEDITO


Haunter_Banner_1_3_10_13SPOILERAZZI QUA E LA’

Avere 16 anni può essere una cosa orribile per un adolescente, ma Lisa (Abigail Breslin) ha scoperto che esiste qualcosa di peggio: non compierli mai.
E’ una settimana che la ragazza si sveglia e, insieme alla sua famiglia, rivive la vigilia del suo sedicesimo compleanno, compiendo le stesse identiche azioni del giorno precedente e di quello che verrà; intrappolata nella casa avvolta da una fitta nebbia, con il padre (Peter Outerbridge) che tenta di riparare l’auto giù in garage, la madre (Michelle Nolden) che la spedisce in cantina a fare il bucato ed il fratellino Robbie (Peter DaCunha) che gioca le sue interminabili partite a Pacman o fa cacce al tesoro con l’amico immaginario Edgar.
E poi ci sono i maccheroni al formaggio per pranzo, l’esercitazione con il clarinetto e “la Signora in Giallo” la sera dopo cena.
Tutto uguale; tutto angosciosamente, tediosamente, identico.
Haunter-1 (1)Inutile anche cercare di portare alla ragione i genitori rendendoli consapevoli di quel folle loop temporale, tanto ogni volta non le credono e la mattina dopo si è di nuovo da capo.
E poi, poi c’è anche altro….anzi c’è “qualcos’altro” e “qualcun altro”. Qualcosa che ha iniziato a manifestarsi quando Lisa ha preso coscienza dell’allucinante situazione in cui vive, o meglio, sopravvive. Rumori, segnali, suoni e voci. E c’è la presenza; diabolica, oscura e ostile che la respinge, che cerca in tutti i modi di ripristinare quel macabro rondò esistenziale. Una entità maligna che vuole mantenere il controllo sulla vita di Lisa e dei suoi cari.
Haunted PhotoE come ciliegina sulla torta c’è la cosa più irritante di tutte: la consapevolezza che sia lei che la sua famiglia sono decisamente, irrimediabilmente e fantasmaticamente morti.
Haunter-2013-Movie-Image-5Non c’è niente da fare; sia che si tratti di ipertecnologiche prigioni laboratorio (Cube – 1997) o tesseratti mentali di pseudo personalità stratificate (Cypher – 2002) o puranco loop temporali metafisico/esoterici come in questo Haunter, il buon Vincenzo Natali mostra una vera e propria ossessione per i labirinti; una delle più antiche rappresentazioni della mente (per i filosofi) e dell’anima (per i teologi). Così, dopo aver sondato il futuro remoto e quello più prossimo il regista cambia prospettiva e s’inoltra nell’inesplorato (per lui) mondo parallelo dello spiritismo, sconvolgendone, come è sua abitudine, parametri e percorsi e costruendoci attorno il proprio labirinto fisico (le stanze della casa) e mentale (la sovrapposizione lineare delle esistenze dei diversi abitatori del posto).
Il risultato è un film debitore di pellicole come “E se Oggi…fosse già Domani” (qui) e “Amabili Resti” (2009), che fa l’occhietto all’idea di base del suo precedente, dispersivo e fantapsichico “Nothing” (2003) ripescando l’idea della casa immersa nel nulla, ma inserendola in un contesto che ha ben poco di grottesco. Come è consuetudine nelle storie di Natali, all’inizio tutto è (forse) eccessivamente complicato e criptico e gli elementi di disturbo inseriti per creare le varianti necessarie a dare sviluppo alla trama sono distribuiti con eccessiva parsimonia ma, come al solito, la mente (psicotica) del regista riesce a mettere tutte le cose al loro posto senza generare smagliature nella maglia della storia e a concedere allo spettatore anche una sorta di happy end (se così si può definire).
Raccontato così Haunter appare un film più complicato di quello che è, ma alla fine dei conti di null’altro si tratta se non di una discreta ghost story un po’ troppo infarcita di elementi, ma con buoni momenti di pathos e tensione; una storia che più che un horror sarebbe giusto definire un mistery esoterico in bilico tra il metafisico e lo psychorror. Niente di eccelso, ma un deciso passo avanti dopo lo scialbo e deludente “Splice” (2009)
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Una gradita sorpresa si è rivelata la giovane Abigail Breslin, vista al suo esordio nel noiosissimo “Signs” (2002) e rincontrata nel 2006 in “Miss Little Sunshine” e nel 2009 nel divertente “Benvenuti a Zombieland”. La ragazza mostra una certa poliedricità confermata dalla notevole attività cinematografica spiata su Wikipedia.
P.S. è una mia impressione o la Briesling assomiglia sempre di  più all’intrigante Karen (Amy Pond) Gillan? Specialmente nella versione rosso crinita di Haunter sembra quasi di vedere due sorelle…a parte il colore degli occhi.
amyamy

corvi07