Re-Animator Theme – Psycho Theme

RE-ANIMATOR

USA – 1985

Richard Band


PSYCHO

USA – 1960

Bernard Herrmann

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Tulpa – Perdizioni Mortali

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ITALIA – 2013

cast: Claudia Gerini – Nuot Arquint – Michela Cascon – Michele Placido – Ivan Franek
regia: Federico Zampaglione
soggetto: Dardano Sacchetti
sceneggiatura: Giacomo Gensini – Federico Zampaglione
musica: “The Alvarius” – Federico Zampaglione – Andrea Moscianese
durata: 84 min.
cecchigori


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Lisa (Claudia Gerini) è una donna in carriera che ha sacrificato affetti, legami e quant’altro per dare la scalata al successo professionale. E’ determinata, lucida e decisa…e con un segreto.
Infatti, per stemperare la tensione e gratificare il suo corpo (non si vive di solo lavoro) Luisa frequenta un esclusivo club privé gestito dall’enigmatico Kiran (Nuot Arquint), pseudo guru sottopeso che prova per lei una particolare attrazione.
Tutto fila per il meglio, tra un’ammucchiata ed un’altra, finché Luisa non scopre, casualmente, che tutti i frequentatori del club che hanno goduto delle sue carnali attenzioni vanno incontro ad un crudele destino; brutalmente assassinati da una mano misteriosa.
immagine_tulpa-perdizioni-mortali_39674Contemporaneamente, nell’azienda in cui lavora, qualcuno comincia ad indagare sulla doppia vita della donna allo scopo di screditarne la validità professionale e farla defenestrare.
Preoccupata e con qualche rimorso di coscienza sulle spalle, Lisa cerca di rintracciare Stefan (Ivan Franek), ultimo “compagno di giochi” nelle sue perversioni nella speranza di risparmiare almeno a lui l’orribile fine toccata agli altri.
E cosa c’entra con tutto questo Tulpa? Oltre ad essere il nome del locale (a detta di tutti, anche se nel film non risulta da nessuna parte), sembra si tratti di un parademone della religione induista/tibetana, generato dall’inconscio umano e che, se privo di controllo da parte del suo “creatore”, diviene un alacre massacratore, crudele ed assetato di sangue….e non preoccupatevi, non ho fatto nessun tardivo spoiler, perché la cosa che non ha nessuna connessione con la storia del film, ma tant’è….
tulpaOnestamente, dopo l’esperienze del grotesque “Nero Bifamiliare” (che di grottesco aveva soprattutto una patetica sceneggiatura) ed il soporifero ed ultradiluito “Shadow” che rivaleggiava con il più tristanzuolo ed insignificante dei “Masters of Horror” l’idea di foraggiare con i soldi del biglietto la coppia cinematografica più antipatica d’Italia non mi andava granché quindi, all’epoca dell’uscita cinematografica di Tulpa, feci chapeau e mi defilai elegantemente con la scusa di una missione segreta oltre le linee nemiche. Col senno di poi posso affermare che non feci bene, ma benissimo, considerato che, visionato in DVD questo “thriller all’italiana” si è rivelato l’ennesima finestra sul mondo per gratificare l’esibizionismo egotico  di un supponente e sopravvalutato Zampaglione (l’uomo che ad un dopofestival voleva insegnare a fare musica a Frankie HI-NRG) e dare l’opportunità alla bambolina Gerini per mostrarsi nella nuova versione 2.0 (dopo ennesimi ritocchi a colpi di bisturi e farciture al silicone).
Nonostante gli sforzi oltre non vedo (e non vado). Rubare una sequenza a  Mario Bava, un’inquadratura a Lucio Fulci, un piano ripresa ad Aldo Lado, un gioco di luci a Umberto Lenzi non è citare ed omaggiare un certo modo di fare cinema, ma andare biecamente a “pescare sul sicuro”. In Tulpa non esiste struttura narrativa ed il tutto si dipana in una serie di siparietti autoconclusivi dove le vittime di turno si limitano a palpare e slinguazzare la Gerini per poi finire ammazzati; non esiste il minimo tentativo di far “socializzare” i personaggi con lo spettatore preferendo dedicare attenzione al gioco di ombre e colori (che fa tanto Dario Argento) piuttosto che dare un minimo spessore a questo o quel manichino che zompetta sulla scena. Il risultato è una storia senza storia, dove l’assassino di turno neanche si spreca a dare uno spiegone finale al pubblico per dare un senso ai suoi efferati omicidi e dove, forse per giustificare il titolo del film, s’incastra a forza (spintonando alla grande tra le maglie del soggetto) la faccenda del parademone tibetano.
Sul finale meglio stendere un velo pietoso….Mandrake avrebbe di sicuro fatto meglio!
Sarei proprio curioso di leggere il soggetto originale di Sacchetti (che ha lavorato con quasi tutti i registi di “genere” italiani) per capire quanto sia stato devastante l’intervento di Gensini e Zampaglione in fase di sceneggiatura.
Alla fine dei giochi Tulpa si è rivelato l’ennesimo Tiro Mancino di quel geniaccio di Zampaglione ai danni del pubblico pagante.
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corvi05

Summoned

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cast: Ashley Scott – Bailey Chase – Cuba Gooding jr. – James Hong – Tim Abell – Tichina Arnold
regia: Peter Sullivan
soggetto e sceneggiatura: Peter Sullivan
musica: Matthew Janszen
durata: 87 min
INEDITO


“Se esiste un Dio, perché permette tanta malvagità?
Se non esiste nessun Dio, da dove proviene il bene?”
Boethius
20
Prologo: Allora, cinque anni fa c’era un serial killer chiamato “l’assassino di mezzanotte” (che però ammazzava anche di mattina e nel pomeriggio), la città era nel panico e la polizia non sapeva che pesci prendere (ma và?). Poi le indagini hanno una svolta; il killer viene identificato in un certo Evan Lucas (Dylan Vox), commesso in un’armeria, viene istituito un processo e undici giurati lo riconoscono colpevole condannandolo a morte.
Oggi: (o ieri o domani) George Harris (Tim Abell) uno dei giurati ha fatto un sacco di soldi pubblicando un libro dal titolo Midnight Decision incentrato sulle gesta di Lucas e sul processo, ora sta lavorando su una nuova pubblicazione in cui promette sconcertanti rivelazioni. Manco a dirlo, una notte le luci iniziano a tremolare nello studio dove lavora, il computer comincia a scrivere da solo la frase “so many evils” e su uno specchio appannato si condensa la scritta “get out”. L’uomo decide di dare ascolto all’invito di filarsela via ma scappando sul tetto (sul tetto? manco fosse batman…) qualcuno o qualcosa lo intercetta facendogli fare un volo carpiato fino al marciapiede.
vlcsnap-2013-07-18-19h48m18s15E fuori uno. Laura Price (Ashley Scott) anche lei a suo tempo giurato nel processo viene a sapere dalla televisione (che si accende da sola) del presunto suicidio di Harris e la cosa non gli torna. Tanto per scrupolo va a trovare Frank (James Hong) altro giurato ora ricoverato in un ospizio e da lui ha la conferma che Harris stava lavorando su qualcosa di grosso; poi si reca al funerale dove viene avvicinata dal detective Lyons (Bailey Chase) amico di Harris e poco convinto anche lui del suicidio dell’uomo.
E l’affare s’ingarbuglia. Il mattino dopo Frank viene trovato morto nel suo letto (e fuori due) con un’espressione di terrore sul volto e a casa di Laura le porte non ne vogliono sapere di rimanere chiuse, così come le tende delle finestre (brrrrividi). Sfogliando il libro di Harris la donna trova una foto di gruppo degli undici giurati (a proposito lei all’epoca era incinta ed in seguito perde il bambino, cosa assolutamente irrilevante ai fini della trama, ma che viene sottolineata ogni 15 minuti di film) e scopre che Harris era il giurato numero due e Frank il giurato numero tre (del numero uno si sono perse le tracce) e visto che lei è il giurato numero cinque pensa bene di rintracciare la numero quattro, tale Sonia (Amanda Perez) per metterla in guardia sugli avvenimenti. Giusto il tempo di avvertirla e Sonia ci lascia le penne (e siamo a tre) non prima però di aver riferito alla nostra eroina di sentirsi osservata e spiata ed aver udito più volte nell’aria una voce pronunciare la frase: “So many evils” (così tanta malvagità).
vlcsnap-2013-07-18-23h32m58s2Nel frattempo Lyons, affiancato dal detective Callender (Cuba Gooding Jr.) prosegue nelle sue indagini usando il suo acume affilato per ricomporre i tasselli del puzzle e la sua irresistibile espressione da emorroide d’acciaio (l’unica che sfoggia in tutto il film) per mettere a disagio gli indiziati.
Forse che Evan Lucas è tornato dall’aldilà per vendicarsi di chi lo ha fatto condannare a morte?
Mammancopegniente….
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Summoned vorrebbe essere tante cose, ma non gli riesce di azzeccarne una.
E’ un thriller privo di suspence, un horror che non fa paura ed un mistery senza misteri.
SPOILER-SPOILER-SPOILER
In “compenso” può essere annoverato come il film con lo spettro più fancazzista ed il serial killer meno convincente della storia del cinema.
Non chiedete all’anima di Evan Lucas di darsi da fare più di tanto perché gli fate venire i sorci verdi. Al massimo, tanto per farvi un piacere può spalancare la tenda del salotto o scarabocchiare un pupazzetto sulla condensa di qualche vetro e, quando è in buona, si lascia intravedere per un secondo dietro lo stipite di una porta, ma niente di più; ha un’immagine da difendere lui, mica può inflazionarla!
Sull’omicida (quello vero, perché Evan era innocente) e gli omicidi, sarebbe meglio sorvolare. “L’Assassino di mezzanotte” è goffo, allucinato ed allucinante e tanto fuori luogo da sembrare un contadino del Maine che si è perso alla stazione centrale di New York ed i suoi assassinii, poi, avvengono tutti fuori campo o, addirittura,  sono raccontati dalle forze dell’ordine giunte sul posto a cose fatte, limitando il tutto a frasi del tipo: “lo abbiamo trovato impiccato nel giardino”.
FINE SPOILER-FINE SPOILER-FINE SPOILER
E degli attori vogliamo parlarne? Tanto per cominciare è chiaro che Cuba Gooding jr. è stato arruolato nel cast tanto per poter far sfoggio di un “nome  conosciuto” sul poster e mettere in bella mostra il suo facciotto da moffoletta arrostita, visto che nella pellicola appare si e no per una decina di minuti ricoprendo un ruolo che avrebbe rifiutato anche il portiere del mio palazzo. Ma questo ci può stare; forse Il buon Cuba ha debiti di gioco o ha bisogno di soldi per una costosa operazione che gli consenta un trapianto di “estro artistico”, ma gli altri due? Che scuse hanno la Scott e Chase per giustificare la loro arroganza nel fregiarsi dell’appellativo di attori?
Dello spessore interpretativo di Chase ho già accennato, ma Ashley Scott riesce a fare di meglio. Mai visto una carachter più algida e priva della minima “empatia da palcoscenico” e il risultato è un’eroina fredda, altezzosa e che trasmette continuamente l’antipatico messaggio: “sono figa, ricca ed assente ma giustificatemi, c’ho una dramma interiore che mi lacera l’anima”…mavaffanculo, và!
La sceneggiatura ha più buchi delle reti da pesca dei Malavoglia e sul cuntinuum spazio/temporale della trama è meglio stendere un velo pietoso. 

Alla fine dei giochi quello che rimane impresso nella mente dello spettatore è la frase che riecheggia per tutto il film….
So many Evils….

Perché per scrivere e girare un film del genere di cattiveria ce ne vuole tanta.
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corvi05

A Haunting at Silver Falls

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aka Silver Falls
USA – 2013

cast: Alix Elizabeth Gitter – Steve Bacic – Tara Westwood – James Cavlo – Tadhg Kelly – Jade e Nikita Ramsey
regia: Brett Donowho
soggetto: Rachel Long
sceneggiatura: Cam Cannon – Rachel Long – Brian Pittman
musica: Nathan Vann Walton
durata: 95 min
INEDITO


INSPIRED by TRUE EVENTS (per la gioia di Mari !)
A-Haunting-at-Silver-Falls-650x361Jordan (Alix Elizabeth Gitter) è un’adolescente orfana. Dopo il suicidio della madre quando aveva nove anni e la morte per leucemia del padre si è ritrovata sola al mondo e, per tirare avanti, si è dovuta trasferire da Los Angeles a Silver Falls, piccola cittadina sperduta in culo al mondo, ospite della zia Anne (Tara Westwood) sorella gemella della madre e di suo marito Kevin (Steve Bacic); parenti giovanili e dalla mentalità aperta. Dopo neanche una settimana Jordan sembra essersi ambientata: si è fatta il fidanzatino imbranato (James Cavlo
), è importunata dal bello e dannato Robbie (Tadhg Kelly), figlio dello sceriffo e stupratore/spacciatore a tempo perso e leggermente oppressa dalle attenzioni degli zii che temono un suo sconvolgimento psicologico dopo la recente perdita del padre.
hntgatslrflsswb72300mbfLe cose si complicano quando Larry (il fidanzato nerd) porta Jordan ad infrattarsi nel boschetto vicino le cascate che, ovviamente, pochi anni prima era stato teatro di una orribile tragedia, ovvero l’uccisione delle due gemelle Heater e Holly (Jade e Nikita Ramsey) ad opera del padre Wyatt (James C. Burns). Il “festino” adolescenziale a base di falò, birra e droghe viene interrotto dallo sceriffo ed il gruppetto si disperde nel bosco, la ragazza trova in un cespuglio un anello che istintivamente infila al dito…et voilà, il danno è fatto.
Da quel momento in poi Jordan comincia ad essere perseguitata (in casa e fuori) dagli spettri delle gemelle che sembrano volergli comunicare qualcosa.
eQ1mkOggetti si rompono e spariscono, porte chiuse a chiave si spalancano e rubinetti  aperti allagano bagno e cucina e, quando Jordan confida agli zii che percepisce la presenza delle due ragazze,  i due si convincono che la giovane sia affetta della stessa isteria di massa che ha colpito altre sei adolescenti prima di lei portandole al suicidio e la affidano alle cure del dr. Parrish (Erick Avari) che, guarda caso, è il padre di Larry.
Ma a Jordan i conti non tornano. Il padre di Holly ed Heater sarà giustiziato tra poco (nonstante si proclami innocente), eppure i fantasmi delle gemelle non sembrano trovare pace…
Qual’è il segreto di Silver Falls?
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A quanto pare, oltre all’immigrazione clandestina di messicani, portoricani e cubani, negli ultimi anni gli americani debbono anche preoccuparsi di arginare la massiccia invasione di entità spiritiche e demoniache nelle loro cittadine di provincia.
I meccanismi del film sono quelli ormai straconsolidati del genere hauntedhouse, con un pizzico di mistery che non fa mai male. Attori quasi tutti d’estrazione televisiva ma con una discreta dignità recitativa ed un regista che con questo film ed un “Salvation” del 2013 candidato a diversi premi cerca di riscattarsi dai patetici “5 Souls” e “No Tell Motel” diretti nel 2011 e 2012.
Senza voler troppo spoilerare la trama mi azzardo a dire che la contaminazione con il thriller qui risulta più organica e fluida che in altre pellicole dello stesso genere, forse perché non si gioca a complicare troppo la trama, ed il coup de scène finale (anche se un po’ telegrafato) risulta piacevole.
C’è di peggio. C’è di meglio, ma anche di molto peggio. E di questi tempi tocca “accontentarci”…

corvi06 e una ‘nticchia

In their Skin

in-their-skinaka Replicas
CANADA 2012

cast: Selma Blair – Joshua Close – Quinn Lord – James D’Arcy – Rachel Miner – Alex Ferris
regia: Jeremy Power Regimbal
soggetto: Joshua Close
sceneggiatura: Joshua Close – Justin Tyler Close – Jeremy Power Regimbal
musica: Keith Power
durata: 95 min
INEDITO


In-Their-Skin-imgGli Hughes sono una famiglia alla deriva. Dopo la morte accidentale della piccola Tess, le incomprensioni tra moglie e marito sono sottolineate dal dolore e dalla sensazione di vuoto per la perdita.
Mark (Joshua Close) il capofamiglia,  si sente in colpa per la tragedia e tende ad allontanarsi da Mary (Selma Blair) che, impaurita ed insicura, riversa eccessive attenzioni sul timido Brendon (Quinn Lord) il primogenito.
Nella speranza di rimettere insieme i pezzi Mark si trasferisce per qualche giorno con moglie e figlio in un cottage sperduto tra le foreste ereditato dal nonno; forse la solitudine ed il ritrovato contatto potranno aiutarli a concentrarsi su di loro e ritrovare un po’ di serenità.
C’è solo il tempo di disfare i bagagli e passare una prima, triste, notte privi degli scudi della quotidianità, poi arrivano i Sakowski
REPLICASStrana gente, i Sakowski. Bobby (James D’Arcy), l’uomo di casa, si presenta come un timido nevrotico, goffo ed eccessivamente ossequioso e condiscendente; mentre Jane (Rachel Miner), la moglie, appare come una stordita ed infantile bambolina timorata ed incerta. E poi c’è Jared (Alex Ferris) un ragazzone dallo sguardo furbo che dimostra decisamente più dei 9 anni di vita che dichiara.
Mark e Mary non sono entusiasti della presenza un po’ invadente  di quegli stralunati vicini di casa ma, forse per non passare altre ore d’imbarazzata convivenza, alla fine i due si lasciano incastrare dal meccanismo delle cortesie forzate dettate dalle regole del buon vicinato e dell’immancabile invito a cena con persone sempre più inopportune e morbosamente curiose del loro privato. Da tutto questo non ne uscirà niente di buono.
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Il film produce sensazioni contrastanti. Gli attori sono tutti di buon calibro, la location è suggestiva e l’azzardo di allargare ad un nucleo familiare l’idea già sfruttata del maniaco che ruba l’identità della vittima era calibrata in modo che potesse funzionare alla grande ma, alla fine, tutte le tensioni, le potenzialità e la violenza repressa caricate nella storia come polvere da sparo in una spingarda non producono che l’esplosione di un petardo.
Dallo sfogo (e le motivazioni di rito) di  Bob, che si possono sintetizzare nella sua affermazione: “in fondo non è importante ciò che siamo, ma quello che gli altri pensano che siamo“, la storia perde qualche colpo. Ci si aspetta di più da quella famiglia di folli disperati in cerca d’identità e soprattutto ci si aspetta meno prevedibilità da Bobby.
A caldo il meccanismo sembra reggere, coadiuvato dalla quasi totale assenza di colonna sonora (ad esclusione dell’inquietante theme al pianoforte) che creano una patina di realtà quotidiana, ma ripensandoci escono fuori delle forzature nella trama e piccole, fastidiose incongruenze che non giovano al risultato finale; tipo: “che fine ha fatto realmente Harris, il cane di famiglia?” o “come ha catturato Bob il centometrista Mark in fuga nella foresta?” e poi c’è il mistero del coltello che scompare e riappare nei vestiti tolti e rimessi di Mary.
In soldoni, l’esordiente Power Regimbal non ha saputo sfruttare le diverse opportunità che poteva offrire la storia, che rimane comunque un onesto thriller psicologico…come tanti.

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