Ombre

A volte le affinità non bastano.
Anche se le alchimie sono quelle giuste, le empatie esasperanti e l’attrazione trascinante e disperata, basta poco perchè un sorriso venga scambiato per una sfida ed una frase accolta come provocazione.
Questione di tempi. Tempi e ritmo.
La nostra stessa esistenza si basa su pulsioni temporali e vibrazioni.
A loro dobbiamo il battito del cuore e la nostra consistenza e se si vibra su piani diversi si diventa intangibili agli altri e spesso anche invisibili.
E’ così che il coltello fende l’aria ed il vetro non riflette la sua consistenza.
E così quello che non si riesce a toccare (perché ci sfugge?) e a malapena si vede (vuole nascondersi?) si trasforma in qualcosa di incomprensibile ed ostile.

Forse in un altro tempo ed in un’altra dimensione….ma non ora e non così.

Quindi meglio il Buio.
Nel buio siamo tutti uguali.

Omonero Omocircle


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CITARSI ADDOSSO: Parole

Le parole giuste vengono sempre alla fine.
Quando la porta si è chiusa alle tue spalle; dopo che hai spento il cellulare; quando il treno ormai è partito.
Le parole che avrebbe sanato, quelle che avrebbero chiarito o quelle, che perlomeno, ti avrebbero fatto uscire di scena col riflettore puntato addosso.
E quelle parole continuano a rimbalzarti in testa a velocità esponenziale, assumendo traiettorie dalle geometrie improbabili, mischiandosi con altre parole, frasi che avresti dovuto dire in passato, altre che non avresti mai dovuto pronunciare.

Parole.

Parole che si arrotolano, si allacciano, si annodano; frenetiche come vermi che cercano di uscire dal barattolo delle esche; in cerca di fuga, in cerca di sfogo.
E ne sei talmente ossessionato che neanche ti accorgi di bisbigliarle a bassa voce mentre cammini per strada da solo.

Stupido, pazzo.
E idiota.


acconciCOWDETgdmVito Acconci “City of Words” ©

Wine from the Water

Mai canzone può essere più calzante nei confronti di chi governa il mondo

Puoi tirarmi su, puoi tirarmi giù
Non c’è via di fuga, ma non annegherò mai
Senza fili o stringhe, non ruvida e liscia
Basta incendi e punture, Guardami da vicino, guarda ogni mia mossa
Posso contare i tuoi soldi mentre controllo la tua mano
E sai che non posso perdere
Vino dall’acqua, oro da un albero
Non ti ingannerei, non c’è niente nella mia manica
Guarda uno specchio, non c’è niente lì
Ottengo anelli dal nulla, soldi dal nulla
Posso rompere queste catene, mentre sono sottosopra
Beh, può sembrare strano, non ho colpito la terra
Ora vedi la mia mano, è più veloce del tuo occhio
Dovresti sapere ormai, cosa vedi qui, tutto è una bugia
Posso contare i tuoi soldi mentre controllo la tua mano
E sai che non posso perdere
Vino dall’acqua, oro da un albero
Non ti ingannerei, non c’è niente nella mia manica
Pensa a un numero, lo farò bene
Buttami nel fiume, Stringimi le mani
Posso farti saltare in aria, posso farti girare.
Non ci sono acrobazie astute, fino a quando la signora non ha trovato
No bobine o molle, solo bello e liscio
Nessun Furfante o Re, trovare la signora, guardare ogni mia mossa
Posso contare i tuoi soldi mentre controllo la tua mano
E sai che non posso perdere
Vino dall’acqua, oro da un albero
Non ti ingannerei, non c’è niente nella mia manica
Guarda uno specchio, no, niente lì
Ottengo anelli dal nulla, soldi dal nulla
Vino dall’acqua, oro da un albero
Ora non ti ingannerei, non c’è niente nella mia manica
Pensa a un numero, lo farò bene
Puoi gettarmi nel fiume, legarmi le mani strette

Reperti

Ormai erano stati dati per estinti, eradicati con brutale violenza in nome di un moderno concetto di ottimizzazione (di cosa poi?). Si sussurrava che ne fossero rimasti solo pochi esemplari sfuggiti alla violenta e rapace mano dell’uomo e sopravvivevano nei vicoli storici o in qualche angolo dimenticato da dio.
E invece….
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TADAAAAA’!!!

Me ne sono trovato uno a pochi metri da casa! 
Altro che anfora etrusca! Altro che tartufo Nero di Alba! in un giardinetto davanti la mia magione ho trovato in bella mostra il mitico “Nasone“!! (ho fatto pure la rima, ho fatto…)
Certo, riverniciato con una squallida passata di vernice grigio asfalto, ma è proprio lui, la “fontanella per eccellenza”, l’unica che può meritarsi l’appellativo di nasone e che si può trovare solo a Roma (non so ancora per quanto!).
Per maggiori informazioni in merito consultate qui

E la mia mattinata è cominciata con un sorriso…. Basta poco che ce vò!

Chemin de Fer

Quante città.
Livorno, Crema, Napoli, Firenze, Parigi, Fabriano, Salerno, Amsterdam, Marsiglia, Trieste, Perugia, Nizza, Torino, Foggia, Berna.
E ad ogni posto associo un volto di donna, e ad ogni donna un nome.
Laura, Sophie, Ernesta, Gabriella, Maura, ZeeDee, Gisele, Silvia, Fabrizia, Claire, Adriana, Marcela, Titti, Manuela, Paola.
E di ogni donna ho un souvenir.
Un sorriso, un insulto, il sapore di un abbraccio, il calore di uno sguardo, un tatuaggio, quel certo modo di parlare, il neo in fondo alla schiena, il profumo di un peccato, una bugia o una piccola cicatrice.

Cento città, cento nomi, cento cuori.
E quanti chilometri ho macinato.
Quasi sempre in treno. Lasciando a degli sconosciuti il compito di portarmi a destinazione per concedermi il lusso di divagare e leggere, sognare e scrivere, immaginare e disegnare.
Gli aerei sono troppo veloci e guido solo quando sono nervoso o devo concentrarmi su un singolo pensiero. Il treno, invece, ha il giusto ritmo. Un soul tutto particolare.
Eurostar, Italo, regionali, intercity e transeuropei. E quando esistevano anche gli accelerati e gli espressi.
Ho viaggiato su tutto.
Accovacciato su scomodi sedili in legno, sprofondato (e sbronzo) sul soffie letto di un vagon-lit, appollaiato su un predellino, raggomitolato in una cuccetta di una carrozza a sei.

E se ricordo una donna, ricordo la sua città e rammento anche i treni che mi portavano da lei; lo scricchiolio dei vagoni in movimento, i rallentamenti in certi punti della tratta, le gallerie e lo sguardo liquido ed appannato della condensa che mi spiava dai vetri dei finestrini.
Notti gelide, afosi tramonti; la campagna sotto la pioggia e paesi bagnati dalla luce colorata di assonnate domeniche al gusto di primavera.

Cento città, cento nomi, cento cuori, cento stazioni.
Piccoli buchi dimenticati da Dio e dagli uomini con una panchina di pietra come unico ricovero ed un cesso rotto da decenni; opprimenti mausolei fin du siecle infestati da viaggiatori dai volti grigi e lo sguardo vacuo; moderne ed orripilanti sale chirurgiche, blasfeme quanto il mercato nel tempio; invitanti cucce per il viaggiatore stanco e confuso, semplici e familiari come la cucina di tua madre.

E in ogni stazione ho lasciato qualcosa di mio.
Un ombrello scordato, un rimorso masticato, un addio rifiutato.
Un pacchetto di caramelle in un cestino, una lacrima in un fazzoletto, una rivista letta, una pisciata su un muro.

Cento stazioni, cento treni, cento donne.
E ad ognuna di loro ho lasciato un pezzetto del mio cuore, ma loro…loro mi hanno regalato molto di più.

Sarebbe divertente se qualcuno un giorno sulla mia lapide scrivesse:
“Pendolare dei Sentimenti”

Bello siccome un Angelo…

 

Ecco,
Se dovesse capitarvi che qualcuno vi dicesse:
“Sei bello/a come un angelo” o, peggio ancora, “Sei buono/a come un angelo” sentitevi tranquillamente giustificati a mandarlo a fare in culo!
Perché?
Sarò breve e “dentifricio” e perdonate le eventuali imprecisioni ma non sono un esperto in materia:
Degli angeli si comincia a parlare nella Bibbia (antico Testamento) e le loro origini risalgono al 3°/4° secolo A.C.

Il termine Angelo deriva dal greco Angelòs che, a sua volta venne rielaborato dal termine ebraico “Mal’àkhed, in soldoni, dovrebbe significare Messaggero di Dio. Scrivo “dovrebbe” perché il condizionale è d’obbligo, visto che in realtà (sempre da ciò che viene riportato nelle Sacre Scritture) gli angeli erano dei veri e propri bastardi.
Sarebbe più corretto identificarli come i Sicari di Dio visto la nonchalance con la quale uno di loro trucidò tutti i primogeniti maschi del popolo Egiziano o un altro che massacrò più di 180.000 soldati assiri in una notte. E di esempi del genere il “Vecchio Testamento” ne riporta in abbondanza.
Quindi: “buono come un angelo?“…grazie, ma anche no.

Passiamo al loro aspetto.
Gli angeli di rango più basso avevano forma umana, privi di ali ed aureola e si aggiravano tra noi poveri mortali pronti a punire e flagellare ad ogni minima infrazione.
Salendo di grado (cherubin, seraphim, ophanim e via discorrendo) il loro aspetto non migliora, anzi!
Non ci credete?
Guardate allora queste loro raffigurazioni estrapolate dalla Bibbia:

I Seraphim:                                                                                                                                        I Cherubin:
seraphim              heruvim-eto-kto-kto-takoj-serafim                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Gli Ophanim:

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I Troni (Angeli che avevano il compito di sorreggere il Seggio Divino)


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Altre tipologie di Angeli che non ho saputo classificare (perdonate l’ignoranza in materia)

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Ovviamente, nei secoli a venire, la Chiesa ha provveduto ad effettuare un totale restyling della figura angelica sia come immagine spirituale (angelo custode/angelo protettore etc…) che fisica derubando a piene mani quelle che erano, in realtà figure della mitologia greca.
Cupido ed Eros:
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Alla fine dei giochi…diffidate di chiunque venga a dirvi che sei “Un Angelo”!

Aspettative

“Ricordo che quando ero un ragazzino i miei compagni di scuola fantasticavano sul loro futuro.
-Io da grande farò il calciatore!- diceva uno
-Io invece sarò un astronauta!- ribatteva un altro
Quando lo chiedevano a me rispondevo: -Io? Io da grande sarò un coglione-

Bhé oggi, dopo tanti anni, posso affermare con orgoglio di essere l’unico ad aver raggiunto il suo obiettivo!

Paolo Rossi (il comico)
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Bassa Filosofia

L’altra sera sfogliavo distrattamente il saggio di Nietzsche “Al di là del bene e del Male: Preludio di una filosofia dell’Avvenire” nel vano tentativo di scacciare il caldo e riuscire a prendere sonno.
Aprendo a caso alcuni punti del tomo (il libro lo avevo letto già in giovane età in preda ad una insana febbre di apprendimento filosofico) mi è caduto lo sguardo sulla stracitatissima  frase:
Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un Abisso anche l’Abisso ti guarda dentro
Ho avuto un flash ed i due neuroni che ho nella testa hanno emesso una scintilla e sono entrati in connessione.
Dalle mie parti abbiamo un modo di dire che semplifica in modo più schietto e diretto il concetto:

“Attento a nun sputà pell’aria che t’aricasca nell’occhio”
(TRAD: non sputare in aria perché ti ricadrà in un occhio)
Perché l’ho scritto? Bhò? forse per il gusto di fare della Bassa Filosofia e dare una frecciatina a chi si prodiga ad esprimere opinioni e pareri non richiesti e anche a chi si limita ad accettarli passivamente.

Scusate il disturbo, ora torno ad abbracciare il condizionatore…

Saxophone Bell’Animalone

Da Gggiovane ascoltavo la musica da gggiovani (che per voi adesso è la musica “vintage”) eppure, dopo aver visto un programma sulla RAI (non ricordo quale) con l’esibizione di un ormai anzianotto Ornette Coleman m’innamorai del sassofono.
Tra le labbra di quell’uomo sortiva l’effetto di un flauto magico, con quel suono caldo, avvolgente, corposo come un buon vino d’annata.
Uno strumento capace di passare da un contatto intimo e confidenziale come l’abbraccio di un amico che comprendeva la tua malinconia a note vibranti ed allegre in grado di risollevarti l’anima e nutrirti d’allegria.
Così quando tutti in miei coetanei si sbracciavano per imparare a suonare la chitarra o le tastiere io sognavo di poter suonare il sax.
Non so come accadde ma riuscii a convincere Papà Orco a prendere lezioni di Sax. Di comprarne uno non se ne parlava (i prezzi erano proibitivi, ma i soldi in casa non mancavano), ma potevo affittarne uno presso la Messaggeria Musicale per esercitarmi a casa.
Neanche un anno dopo un incidente in  moto infranse i miei sogni. Nulla di grave per fortuna, ma a farne le spese fu la mia arcata dentale superiore.
Così addio Saxophone, bell’Animalone, ma ancora oggi se vuoi conquistarmi bastano poche note di Sax…