The Prodigy – Il Figlio del Male

The Prodigy
USA – 2019

cast: Jackson Robert Scott – Sarah Blume – Paul Fauteux – Colm Feore – Peter Mooney – David Kohlsmith – Brittany Allen
regia: Nicholas McCarthy
soggetto e sceneggiatura: Jeff Bhuler
fotografia: Bridger Nielson
musica: Joseph Bishara
durata: 90 min.

DVD VIDEO

VALUTAZIONE:


“mi vorrai sempre bene, mamma? Qualsiasi cosa io faccia?”

Miles è un piccolo genio: precoce, intuitivo ed intelligente, ma queste sue capacità lo rendono anche schivo, timido ed incapace di interagire con i bambini della sua età.
Con il tempo questo suo volontario “isolamento” sembra portarlo ad agire in maniera strana ed a volte eccessiva ed a compiere azioni di cui non sembra ricordarsi in seguito.
Senza un apparente motivo aggredisce una compagna di classe con un martello e per poco non uccide la sua baby sitter facendogli uno scherzo crudele.

John e Sarah, i genitori, sono preoccupati (e vorrei vedere) e per questo si rivolgono ad una scuola in grado di gestire i “giovani dotati” avvalendosi di una abile psicologa comportamentale.
La dottoressa Strasser non ci mette molto a capire che non si tratta di un disturbo della personalità, ma che dietro il comportamento dissociato di Miles c’è qualcosa di più…sinistro. Qualcosa che sembra crescere dentro il ragazzino e che lo porta ad agire in maniera sadica e violenta senza un logico motivo e per questo invita Sarah a rivolgersi al dott. Jacobson, esimio collega specializzato in reincarnazione.
Seppur titubante, e di nascosto dal marito, la donna accetta spinta anche dagli atteggiamenti morbosi che il ragazzino comincia ad avere verso di lei.
La seduta con il dottor Jacobson assume toni agghiaccianti quando, sotto ipnosi, Miles comincia a parlare in un dialetto ungherese semi dimenticato e a minacciare lo stesso dottore in modo fin troppo esplicito.
C’è qualcun altro nel corpo del ragazzino, qualcuno intenzionato a distruggere l’anima di Miles per prendere il pieno controllo su di lui.


Oddio, nonostante l’andante del soggetto le potenzialità per realizzare una discreta pellicola c’erano ma, a quanto pare, il regista ha preferito viaggiare sul sicuro banalizzando i personaggi e cucinando un minestrone insipido che mischia killer seriali, possessioni e reincarnazioni. Poco credibile la psicologa che in mezza giornata decide di non avere a che fare con un semplice bambino disturbato e ancora meno credibile “l’esperto” parapsicologo che si fa mettere in  mutande dopo neanche cinque minuti di terapia, per non parlare poi della soluzione spicciola che mamma Sarah intende adottare per salvare capra e cavoli.
L’atmosfera latita e si risolve il tutto con una manciata di scare jumping piuttosto prevedibili. Miles poi sembra un fritto misto tra Damien, Brandon (il ragazzino di Brightburn) e un’altra decina di bambini cattivi che dagli anni ’70 hanno imperversato sugli schermi dai tempi di “Alice, dolce Alice” in poi.
Si può vedere? Si, ma giusto se non si ha niente di meglio da fare…

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Let Her Out

USA – 2016

cast: Alanna leVierge – Nina Kiri – Adam Christie – Michael Lipka – Brooke Henderson – Kate Fenton
regia: Cody Calahan
soggetto: Cody Calahan – Adam Seybold
sceneggiatura: Adam Seybold
fotografia: Jeff Maher
musica: Steph Copeland
durata: 90 min

DVD VIDEO

VALUTAZIONE:

 


“Tu non sai da quanto tempo sto aspettando…ora tocca a Me!”


Helen è una ragazza dal passato “problematico”; figlia di padre ignoto e di una madre prostituta morta suicida quando era incinta di lei è cresciuta senza punti di riferimento e legami affettivi ma ora a 23 anni sembra aver trovato un suo seppur fragile equilibrio. Sbarca il lunario come biker/corriere, flirta con un artista ambiguo e divide l’appartamento con Molly l’amica di una vita,tutto questo fino al giorno dell’incidente a seguito del quale si risveglia in un letto d’ospedale con un braccio rotto ed un preoccupante trauma cranico…e non solo.
Strane ed aggressive allucinazioni e preoccupanti vuoti di memoria la costringono ad effettuare nuove analisi che rivelano un tumore nascosto nel suo cervello, ma non uno qualsiasi, bensì una neoplasia causata dal gemello portato in grembo dalla madre. Un gemello che Helen ha inconsapevolmente “divorato” e assorbito per sopravvivere al suicidio della genitrice.
A quanto pare il trauma dell’incidente ha risvegliato il grumo tumorale e  la ragazza dovrà sottoporsi ad un’operazione per asportarlo e sopravvivere.
Ma la “gemella” non sembra essere della stessa opinione.


Trama “fumosa” portata avanti senza molta convinzione, con spunti lasciati cadere nel vuoto senza voglia di approfondirli per una storia per nulla originale che ha rubacchiato da altri cento film *basta citare “L’Uomo che Uccise se stesso” (1970), “Chi è L’Altro” (1972) ed il più saccheggiato “La Metà Oscura” (1993)*.
Di certo non ne sarebbe uscito un capolavoro, ma un maggiore impegno lo avrebbe reso più fruibile ed accettabile ma il regista ha preferito dedicarsi a noiose e inconcludenti riprese notturne e scoordinati “flashpoint” montati un po’ a ca@@o per i nevrotici cambiamenti di personalità di Helen.
Tutto è accennato e niente approfondito, a partire dai problemi con il sesso della ragazza e alle “origini misteriose” del padre…un po’ come a voler finire in fretta il film.
La sufficienza è raggiunta solo grazie all’impegno delle protagoniste Alanna LaVierge (Helen) e Nina Kiri (Molly) che provano a dare un pizzico di sale a questo brodino crepuscolare decisamente insipido.

 

Echi Mortali

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USA – 1999

cast: Kevin Bacon – Illeana Douglas – Kathryn Erbe – Zachary David Cope – Conor O’Farrell – Jennifer Morrison – Kevin Dunn
regia: David Koepp 

soggetto: tratto dal romanzo “A Stir of Echoes” di Richard Matheson
sceneggiatura: David Koepp
fotografia: Fred Murphy
musica: James Newton Howard
d
urata: 99 min.
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VALUTAZIONE:
corvi07 1/2


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 Tom Witzky (Kevin Bacon) è un uomo ordinario, che vive in modo ordinario, ma non troppo contento della sua ordinarietà.
Di lavoro fa “l’uomo dei fili”, nel senso che è uno di quegli omini che si arrampicano sui pali del telefono per riparare i guasti alle linee, una moglie innamorata anche se un po’ tormentosa e un figlio fuori dall’ordinario di cui, però, i genitori non sembrano cogliere la straordinarietà.
Da poco tempo Tom ha anche una nuova casa (in affitto), una villetta nei sobborghi di Chicago, in un piccolo quartiere modesto ma pulito, dove gli abitanti fanno del loro meglio per costruirsi una dignità di classe e questo per l’uomo significa nuove preoccupazioni e la necessità di avere più soldi.
Per forza di cose Tom Witzky deve vivere, pensare ed agire in maniera concreta, ma sarà proprio questo suo esasperato bisogno di certezze a rivelarsi una grossa fonte di guai.
stir of echoesIn una serata con amici, tra nà biretta e nà canna, la cognata Maggie (Illeana Douglas) lo accusa di avere una visione della vita un po’ troppo pragmatica e lo sfida a sottoporsi ad una seduta d’ipnosi (argomento della serata) per dimostrare di non essere una persona manipolabile tanto quanto gli altri.
Maggie ipnotizza Tom e gli fa fare la figura del cretino, ma il danno non è solo nell’orgoglio ferito dell’operaio quarantenne, perché c’è anche altro.
C’è uno spiraglio. Una porta lasciata socchiusa nell’inconscio di Tom da cui comincia a fare capolino qualcosa. Una nuova capacità di percepire le cose; un nuovo modo di vedere il mondo…e ciò che è rimasto imprigionato tra una realtà ed un’altra.
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Richard Matheson (1926/2013) ovvero: L’Orco Buono.
Ho un debole per Richard Matheson, quasi un’insana passione. Sarà perché ho passato buona parte della gioventù divorando le sue parole cosi semplici, dirette, spesso dolci, ma inquietanti; o perché la mia adolescenza è stata costellata da film che, in una forma o nell’altra, portavano il suo tocco e la sua firma. Qualunque sia il motivo, ho amato ed amo Matheson che, statistiche alla mano, è stato, e probabilmente sarà ancora per molto tempo, l’autore più “saccheggiato” dal cinema e la televisione, anche se con esiti spesso deludenti. Vampirizzato da Sterling nei suoi “Ai Confini della Realtà”; usato come trampolino di lancio da Spielberg con “Duel” (che in seguito lo omaggiò con il film “Ai Confini della Realtà” 1983) ; arruolato da Corman per il restyling di alcuni classici di Poe (recitati dall’altra mia icona Price); sfruttato beceramente in squallidi tentativi di blockbuster (vedi film come “The Box” e l’ignobile “Io sono Leggenda”) e fonte d’ispirazione per registi come Romero che grazie alla rielaborazione di “I’m Legend” creò “La Notte dei Morte Viventi” credo sia impossibile non trovare una traccia di lui nella cinematografia dagli anni ’50 (“Radiazioni BX: Distruzione Uomo” 1957) ad oggi (“Real Steel” 2011).
33553“Echi Mortali” non fa eccezione alla regola.
Tratto dal romanzo “A Stir of Echoes” (Io sono Helen Driscoll) del 1958 il film cerca di sfruttare al meglio le atmosfere letterarie del libro, provando a distaccarsi da una trama che, oggigiorno, avrebbe fatto meno presa sul pubblico.
Così, l’interprete principale si trasforma da agente immobiliare a operaio dei telefoni; la provincia californiana diventa un sobborgo di Chicago e l’arrogante cognato Phil si trasmuta nella petulante, ma simpatica, ex hippy Maggie (una validissima Illeana Douglas). Anche l’arco temporale subisce una variazione e dagli anni ’50 si passa ai giorni nostri, anche se certe volte si ha come l’impressione che la location rispecchi molto la fine degli anni ’70.
Nel’insieme David Koepp da vita ad un film di tutto rispetto, riuscendo a ricostruire sequenze dal geniale immaginario dello scrittore (tutta la scena della seduta ipnotica) e distaccandosene con furbizia nei punti in cui la resa cinematografica sarebbe stata inferiore a quella letteraria.
Il Tom Witzky del film non ha nulla a che spartire con il Tom Wallace del romanzo; ama poco o niente il suo lavoro ed è in conflitto con la sua quotidianità, fatta di bollette da pagare e di soldi che non bastano mai. Un personaggio che assume spessore grazie anche alla grande interpretazione di Kevin Bacon che grazie proprio a questo film ebbe una sorta di rilancio verso il grande pubblico.
Da bravo sceneggiatore Koepp sviluppa con eleganza le diverse sottotrame del romanzo senza far intrecciare i fili e lasciando respiro ai vari personaggi dando vita ad una ghost story basata su suspense e colpi di scena calibrati.
Unica pecca? Quello di essere stato distribuito quasi in contemporanea con il più pubblicizzato “Sesto Senso” che, ovviamente, lo ha messo in ombra.

Dark Touch

dark_touch_xlgFRANCIA /SVEZIA /IRLANDA – 2013

cast: Missy Keating – Marcella Plunkett – Clare Barrett – Padraic Delaney – Robert Donnelly – Charlotte Flyvholm – Ella Hayes – Richard Dormer
regia: Marina de Van
soggetto e sceneggiatura: Marina de Van
musica: Christophe Chassol
d
urata: 91 min.

INEDITO


note_990_imageEra il 2002 e tra me e Marina de Van fu amore a prima vista…certo, lei neanche sa che esisto, ma poco importa, e a distanza di più di 10 anni, e dopo aver visto questo film, non posso che rinnovare il mio impegno d’amore nei suoi confronti. La mia non è attrazione carnale (oltretutto non è neanche il mio tipo) e non conosco molto il suo excursus d’attrice, ma sono innamorato del suo modo di scrivere il cinema e della sua capacità nel dirigere quello che crea. E quando penso al nuovo cinema francese mi viene in mente lei; a come ha saputo raccontare con intelligenza (e morbosità) il percorso di una malattia che ha rischiato di distruggerla (“Dans ma Peau” 2002) e di come ha esorcizzato il disagio dei suoi tumulti interiori rappresentandoli con una trasformazione psicofisica tutta al femminile (“Ne te Retourne pas” 2009). Morte e Rinascita…e non sempre la “rinascita” porta con sé l’evoluzione. Diversi si, ma non migliori.
Marina sa essere tagliente e delicata ed ha analizzato con precisione chirurgica il suo essere donna, racchiudendo in confini onirici le fragilità, la determinazione, le paure e le difficoltà di un tormentato mondo al femminile. Lucida ma trasognata, come in un sogno anzi, un incubo, ad occhi aperti.
107302_galCon Dark Touch ha allontanato l’obiettivo da sé stessa per puntarlo su una malattia sociale tanto insidiosa quanto purulenta e morbosa: l’abuso sui minori; e lo fa attraverso un racconto cupo narrato con immagini dirette, ma mai esplicite e ritmato da una musica ipnotica ed oscura come una ninna nanna cattiva. Per la natura degli avvenimenti ed alcune risoluzioni filmiche è facile cogliere i lontani eco di film come “Carrie” e “Come si può uccidere un bambino?”, ma il parallelismo è effimero e vago, perché quello che in realtà de Van vuole mostrarci è il doloroso “disagio” interiore di Neve (Niamh), la giovane (inconsapevole) protagonista di un dramma che affonda le sue radici nel luogo che, au contraire, dovrebbe rappresentare il porto sicuro di ogni bambino: la famiglia.
For-SeanEd i frutti che saranno generati saranno pregni di astiosa e vendicativa violenza. Neve non capisce cosa (le) sta accadendo, né può essere consapevole della sua orribile reazione di difesa in un mondo che non comprende ma percepisce come aggressivo; e come ogni buon dramma che si rispetti l’epilogo sarà un disperato gesto di espiazione per colpe mai commesse e torti ingiustamente subiti.
Probabilmente sarò di parte, ma personalmente inserisco “Dark Touch” tra le più valide darkstory dell’ultimo decennio ed un plauso va alla dolce ed inquietante Missy Keating (figlia del Ronan Keating dei Boyzone) che in alcune espressioni mi ha tanto ricordato una giovane Jennifer Connelly, ma con maggiore empatia interpretativa.
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“Non vuoi dare il bacio della buonanotte alla mamma?….”

 Potrei scrivere ancora per ore su questo film e sulla sua genesi, ma straborderei nel nozionismo più becero ed inutile.

corvi081/2

Shadow People

Shadow People [Sub-ITA][2013]aka The Door
USA 2012

cast: Dallas Roberts – Alison Eastwood – Anne Dudek – Mariah Bonner – Chris Berry – Jonathan Baron
regia: Matthew Arnold
sceneggiatura: Travis Rook – Matthew Arnold
musica: Corey Wallace
durata: 89 min
INEDITO


7742_3Charlie “Crowe” Camfield ha una vita piatta ed un lavoro banale come  speaker radiofonico di un programma notturno in una piccola cittadina, ma la sua esistenza ha un’improvvisa impennata quando una notte Jeff, un 17enne all’apparenza paranoico e dissociato, gli telefona in trasmissione affermando di essere perseguitato dalle “Ombre”.
Charlie “taglia corto” e chiude la telefonata convinto si tratti del solito teenager un po’ “schizzato”, ma cambia idea quando il mattino successivo trova fuori la porta di casa una busta con dei documenti. Si tratta di informazioni e fotografie riguardanti degli studi effettuati negli anni ’70 da un certo professor Aleister Ravenscroft e disegni tutti incentrati su inquietanti ombre dall’aspetto minaccioso. Quando quella sera Jeff telefona di nuovo Charlie decide di dargli spago nella speranza di saperne di più su quegli esperimenti e d’innalzare il picco della audience del programma.
Il ragazzo è in preda al panico ed asserisce di essere minacciato da figure che lo4059907274_cbfa26d456_z spiano, mischiandosi con il buio e le ombre, in attesa che si addormenti per ucciderlo. La telefonata assume toni isterici e culmina nel momento in cui Jeff dice di avere con se una pistola e successivamente si sente un colpo di arma da fuoco. Per fortuna il ragazzo non si è ucciso ma ha sparato un colpo a vuoto e viene subito rintracciato dalla polizia e ricoverato in ospedale per accertamenti. Charlie viene convinto dalla Produzione a recarsi a far visita a Jeff, per fugare ogni dubbio di una “bufala” ordita dall’emittente e dare un’altra spinta allo share, ma quando lo speaker giunge all’ospedale l’infermiera di turno lo informa che il ragazzo è inspiegabilmente morto nel sonno.
Sempre più convinto della connessione dell’episodio con gli incartamenti riguardanti Ravenscroft, Charlie comincia ad indagare e a diffondere le sue teorie durante le trasmissioni.
E le inspiegabili morti notturne si moltiplicano.


L’idea di base, cioè creare una connessione con il fenomeno della “Sindrome della morte notturna improvvisa ed inspiegabile” (che ebbe un suo impressionante picco negli anni ’70) con il mito del “Popolo Ombra” (che ha una miriade di fanatici sostenitori) non era poi malaccio, purtroppo, come spesso accade, il regista mette troppa carne al fuoco; la storia prende mille direzioni e non arriva da nessuna parte. I personaggi non sono approfonditi e non bastano gli spezzoni delle pseudointerviste reali che si infiltrano nella trama per dare uno spessore a qualcosa che risulta bidimensionale ed inconcludente. E poi, alla fine, una sottospecie di teoria la vuoi accennare? Chi sono questi del Popolo Ombra: Alieni? Fantasmi? Creature di altre dimensioni? Molisani in trasferta?
Non pessimo, ma un’altra occasione sprecata. E la faccia di cera di Dallas Roberts non aiuta.

mediocre